Il racconto

BELLE GIORNATE

MAURO DELLA PORTA RAFFO - 07/11/2025

L’avesse calcolata o meno – la traiettoria, intendo – il gatto, carne in bocca, terminò il balzo esattamente alla base della grande dispensa sotto la quale sparì per consumare voracemente la preda.
In mezzo alla vasta cucina, basito, in piedi, il braccio ancora a mezz’aria e la mano aperta, zio Maurizio guardava nonna Giorgina alla quale, solo un attimo prima, stava mostrando la bistecca, or ora predata, che di lì a poco intendeva mettere a cottura.
Nell’angolo, seduto come sempre sulla poltrona di pelle opportunamente collocata vicino alla stufa, libro aperto poggiato sulle gambe, nonno Enrico se la rideva.
Entravano in quel mentre nel locale, reduci dal riassetto delle camere, zia Teresa e mamma Anna Maria.
Di lì a un istante, avrei sentito Silvio, infante, piangere dalla vicina, nostra comune stanza.
Zio Giovanni – lontani ma percepibili i colpi d’accetta – in cortile, spaccava la legna.
Mio padre Manlio a Varese, al lavoro – lavoro, parola arcana che neppure sapevo cosa volesse dire – l’unico assente, dovendo anni e anni dopo nascere la sorellina, Annamaria.
Comincia con questa rappresentazione nella memoria una delle infinite belle giornate vissute al ‘Tofale’, la grande villa di nonna sulla collina prossima a Genazzano.
Avevo cinque anni, direi.
Come sempre, prima e dipoi, vivevo felice!