Parole

NON VIOLENZA

MARGHERITA GIROMINI - 07/11/2025

Un linguaggio non violento è quello che Marshall Rosenberg, psicologo statunitense, ha definito negli anni ’60 “linguaggio giraffa”.

Con un’immagine tanto insolita quanto potente, Rosenberg ha contrapposto alla comunicazione aggressiva del “linguaggio-sciacallo” una forma di dialogo empatico, paziente e risolutivo: quella della giraffa, l’animale dal cuore più grande del regno animale, capace di far arrivare il sangue fino alla testa, posta a oltre due metri di distanza.

Come la giraffa, anche noi possiamo allenarci ad avere un cuore capace di “pompare comprensione” nelle relazioni. Ricordo di aver incontrato molti anni fa Rosenberg a una conferenza affollatissima di docenti: parlava di rispetto, ascolto e della forza gentile di un linguaggio che mette al centro l’altro.

Nonostante la sua ispirazione, confesso di non aver mai davvero imparato ad applicarlo: troppo frenetica la vita, troppi impegni. Eppure, il messaggio resta attualissimo.

In tempi segnati da polarizzazioni, litigi social, aggressività verbale e conflitti, il linguaggio giraffa può tornare ad essere non solo una tecnica, ma una vera filosofia di comunicazione. Una bussola etica che ci aiuta a passare dalla reazione alla relazione.

Invece di dire “non capisci niente” o “hai rovinato tutto”, possiamo provare con “forse ho sbagliato, spiegami cosa non va”, oppure “mi dispiace, fammi capire se si può rimediare”. Non è semplice, ma è possibile.

Il metodo è diffuso in oltre 50 Paesi e applicato in scuole, aziende, servizi sociali, comunità. Nelle scuole ha ridotto i conflitti, rafforzando le competenze socio-emotive; nei contesti lavorativi ha favorito fiducia e collaborazione. Certo, non è una formula magica. Richiede allenamento, pazienza, consapevolezza dei propri automatismi.

Pensiamo ad azioni che possono contrapporre la giraffa allo sciacallo: anziché giudicare, correggere, interrompere proviamo ad osservare, ascoltare, rallentare. Impariamo a distinguere tra fatti e interpretazioni, tra i bisogni reali e le pretese che sono solo nostre. Servono pazienza, allenamento, coraggio.

In un mondo dove il volume si alza più in fretta dell’ascolto, scegliere parole che costruiscono ponti può essere un gesto profondamente rivoluzionario. Ricordiamo queste parole di Rosenberg, che mostrano la forza del suo pensiero, chiaro ed efficace: “Le parole sono finestre… oppure muri”.