Politica

PUNTI-MORTE

ROBERTO CECCHI - 07/11/2025

Una pagina del catalogo Brave1market

“Ferire un soldato russo dà diritto a 8 punti. Ucciderne uno prevede una ricompensa da 12. Un pilota di drone russo vale di più: 15 punti per averne ferito uno, 25 punti per un’uccisione. Con la distruzione di un carro armato si conquistano 40 punti. Catturare vivo un soldato russo con l’aiuto di un drone è il jackpot: 120 punti” (ansa 31.11.25).

Non sono le istruzioni d’una scatola di giochi di ruolo per ragazzi e nemmeno delle battute di cattivo gusto tra commilitoni, in vena di scherzi. Nella guerra in Ucraina le vite umane sono diventate i punti d’un pallottoliere, per acquistare attrezzature militari in uno store, appositamente attrezzato, chiamato Brave1 Market. Più punti riesci ad ottenere e più attrezzature da combattimento puoi avere.

È quel che sta succedendo in questo momento in quella terra tormentata, per effetto di una direttiva degli alti comandi militari, che si sono inventati questo gioco raccapricciante, per motivare le truppe dopo tre anni e mezzo di guerra.

Lo ha detto al «New York Times» il trentatreenne Stun, comandante del reparto-droni del reggimento ucraino per i sistemi senza pilota, detto Achilles. Spiegando che il “gioco” ha una sua precisa strutturazione. Prevede che le squadre di droni mandino alla centrale di Kiev i video degli attacchi andati a buon fine, dove vengono esaminati per decidere i punti da attribuire a ciascuna squadra.

Un gioco raccapricciante che, tuttavia, non può mettere in dubbio, neanche minimamente, l’appoggio che l’Occidente deve continuare a dare a questo paese, aggredito brutalmente da una potenza nemica, che si approfitta della propria superiorità militare e strategica, per tentare di sottometterlo.

Ma non c’è dubbio che si tratti di un frutto avvelenato, uno dei tanti, di questa come di altre guerre, capace di farci perdere di vista, giorno dopo giorno, i connotati più elementari del vivere civile e ci costringe ad una china di barbarie.

Si rischia di vedere sfigurati i connotati della democrazia che abbiamo conquistato con tanta fatica. Che è il fine ultimo, a ben vedere, il più ambizioso, dell’autocrate russo. Il quale si ripropone, con ogni evidenza, di scardinare le basi della democrazia occidentale e “mettere in crisi l’Unione europea ed evitare che la sua presenza costituisca un fattore di attrazione per la stessa società russa e soprattutto per la parte più giovane e moderna della sua popolazione” (A. Galli 2022).

L’aggressione all’Ucraina, quindi, è l’ultimo tassello di un progetto – come dire? – di più ampio respiro, tutto giocato sulle risorse di petrolio e di gas. All’apparenza, qualche decennio fa, era sembrata “la soluzione ideale: la Russia sarebbe diventata dipendente dalle esportazioni e l’Europa dalle importazioni. La dipendenza reciproca sembrava la migliore garanzia della fiducia reciproca”.

Mentre le cose erano state predisposte per andare in maniera completamente diversa. Erano pensate per renderci dipendenti in qualsiasi momento da quelle risorse energetiche, nella convinzione che temendo di perderle, avremmo abbozzato in qualsiasi momento e di fronte a qualsiasi cosa. Come in effetti è accaduto. Con l’aggiunta che nel frattempo avevamo fatto anche un altro atto di fede, stavolta sullo “scudo” americano che, invece, d’improvviso, si sta dissolvendo come neve al sole, come stiamo vedendo in questa dannata congiuntura.

Dunque, quello che accade non è il frutto né del caso né della mala sorte. Ma di scelte strategiche completamente errate, miopi, di piccolo cabotaggio, di bottega. Se “nel 1954 l’Assemblea nazionale francese avesse approvato il trattato istitutivo della Comunità europea di difesa”, le cose sarebbero andate in maniera completamente diversa. Oggi, avremmo potuto essere il punto d’equilibrio di qualsiasi crisi continentale e non il pulcino bagnato che siamo, incapace anche di pigolare.