
Che cos’hanno in comune il pittore Segantini, la Scapigliatura milanese, il conte Ferdinand von Zeppelin che inventò il dirigibile, la sponda lombarda del lago Maggiore e i gran premi di automobilismo? Sembra un rompicapo enigmistico, ma il comun denominatore esiste e risponde al nome di Ettore Bugatti, il visionario designer e imprenditore innamorato della meccanica che creò il marchio simbolo dell’auto di lusso. Il fondatore della celebre casa automobilistica era nato a Milano il 15 settembre 1881 da Carlo Bugatti, un artigiano del legno con spiccate doti artistiche proveniente da una famiglia di Sesto Calende e da Teresa Lorioli, che nella località verbanese venne al mondo il 15 aprile 1862 all’indomani dell’Unità d’Italia.
Frugando negli archivi di mezza Lombardia, il direttore della Rivista della Società Storica Varesina, Marco Tamborini, ha ricostruito le tappe di una straordinaria storia di emigrazione e di un’avventurosa carriera imprenditoriale targate Varese. I destini delle due famiglie – i Lorioli mugnai ai Mulini sulla strada del Sempione e i Bugatti falegnami, imparentati con i Salvioni, una dinastia di bottigliai della Vetreria di Sesto – si incrociano a Milano dove entrambe emigrano e dove il giovane Ettore muove i primi passi in un ambiente ricco di stimoli. Il padre Carlo è un talentuoso ebanista, tra i primi ad applicare l’Art Nouveau nell’arredamento d’interni e il fratello Rembrandt, allievo dell’intrese Paolo Troubetzkoy, un bravo scultore.
Ettore emigra in Francia e nel 1909 costruisce la sua prima automobile in un’officina a Molsheim, in Alsazia, che in seguito diventa, sotto la sua guida, una fabbrica vincente e ammirata. Realizza un gran numero di brevetti (fra cui un aereo e la prima automotrice ferroviaria veloce) e diversi modelli di automobili da corsa che a partire dal 1920 si impongono sui circuiti di tutta Europa. Tra le vetture più fortunate, la Bugatti Grand Prix (con motore a quattro cilindri in linea) fu la mattatrice delle gare internazionali degli Anni Venti e la spider a due posti Petit Royale s’impose nel target della clientela internazionale più ricca: un gioiello con motore a otto cilindri e cilindrata di 5300 cc, capace di sviluppare una velocità di 140 km/ora.
Il segreto del creativo Ettore è la leggerezza, l’intuizione che il peso è nemico della velocità: un principio che cambia la storia delle corse automobilistiche, che gli vale il successo e procura trionfi sportivi, fra cui cinque edizioni della Targa Florio. Ma il dramma è dietro l’angolo. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale e dopo l’occupazione tedesca della Francia, con la prospettiva di una requisizione per uso militare, Ettore vende l’azienda nel 1941 ricavandone 150 milioni di franchi, molto meno del valore effettivo. È una decisione foriera di guai. Al termine del conflitto, è processato per collaborazionismo e condannato alla confisca dei beni. Sarà assolto in appello, nel 1947, quando è ormai morto da alcuni mesi.
Il resto è storia recente. Il marchio passa per molte mani. A cavallo tra gli anni ottanta e novanta risorge nell’italiana Bugatti Automobili, entra nella galassia tedesca Volkswagen e, dal 2021, diventa una joint venture tra Porsche e la croata Rimac Automobili. Nella storia dell’imprenditoria lombarda, resta il luminoso nome di Ettore, a cui si legano personaggi dell’arte e non solo. Nella citata edizione 2025 della Rivista della Società Storica Varesina, il direttore Marco Tamborini fruga in ogni angolo della vita pubblica e privata della famiglia verbanese: a cominciare dalla zia di Ettore, Bice Bugatti, che si unisce sentimentalmente al pittore Giovanni Segantini, uno dei padri del divisionismo, che era stato compagno di Carlo all’accademia di Brera.
Un’altra zia, Giuseppina, sorella di Teresa, vanta intense frequentazioni scapigliate. Di lei è noto il ritratto giovanile eseguito da Tranquillo Cremona nel 1872 oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Milano. I Bugatti – annota Tamborini – avevano una predilezione per la musica e la loro casa milanese era frequentata da musicisti come Leoncavallo, Puccini, Illica e dall’editore musicale Ricordi. Secondo i biografi, Ettore fu infine in contatto con il conte Ferdinand von Zeppelin che durante la grande guerra lo aiutò a rientrare in Italia da Molsheim, nell’Alsazia contesa da Francia e Germania: dove, come in un romanzo d’avventura, aveva sotterrato di notte, avvolti in coperte e tovaglie, tre motori da gara pronti a sprigionare la loro potenza.