
(S) Davvero proponi che ci occupiamo fin d’ora del referendum sulla legge costituzionale che separa le carriere dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti? Nessuno di noi tre ne è veramente esperto.
(C) Noi siamo quelli del paradosso, che in questo caso la fa da padrone, perciò cominciamo a chiarire di che si tratta, a scoprire che cosa c’è in gioco veramente, nei rapporti tra politica (di cui un pochino m’intendo) e funzione giudiziaria e se è vero che sul piano del governo non succederà nulla anche se al referendum vincesse il NO.
(O) Una prima bella cosa. Sarà un confronto vero, perché essendo confermativo non richiede quorum. Chi vince vince. E si vota SÌ per accettare la riforma e NO per respingerla. Bello perché chiaro nel risultato e quindi sarà anche uno stimolo alla partecipazione degli elettori. Chi sta a casa non farà parte della maggioranza vincente, ma avrà perso in ogni caso. Si può sperare che l’esercizio di democrazia non sarà dimenticato, quando si dovrà tornare a votare per il parlamento. Lo dico con particolare convinzione, proprio perché non ho ancora deciso come voterò. Mi è già chiaro che non si tratta della riforma della giustizia, che rimane uno dei mali ‘istituzionali’ italiani, che fa da freno a molte possibilità di sviluppo, anche economico, ma soprattutto sociale, ma di un inizio di riforma della magistratura, resasi necessaria anche agli occhi dei comuni cittadini dopo le rivelazioni di Palamara sulla sua correntizzazione, per non dire politicizzazione.
(S) L’altro male, la debolezza strutturale del governo, attende la riforma cosiddetta del Premierato, che finirà per essere trattata più avanti. Ma io non credo che ci si arriverà se dovesse fallire questo referendum, che già da ora appare più politico di quanto non dovrebbe e di quanto non desideri la stessa presidente Meloni.
(C) Da più di trent’anni, da ‘tangentopoli’ ma soprattutto dopo la modifica dell’articolo 68 della Costituzione, nel 1993, che eliminò l’autorizzazione a procedere nei confronti dei membri del Parlamento, la magistratura, in particolare quella inquirente, (i Pubblici Ministeri) hanno assunto un potere di condizionamento della politica e direi persino della morale e della cultura pubblica. Sono sicuro che, almeno dopo le rivelazioni di Palamara, occorresse iniziare un processo di revisione dell’autogoverno della magistratura, ma non è stato possibile per almeno due motivi: il fondo culturale populista, presente e condizionante in entrambi gli schieramenti politici, e la “campagna elettorale permanente”, inevitabile in regime di bipolarismo, ma resa acre da un grave errore istituzionale, quello di avere elezioni parziali, regionali o di grandi centri urbani a distanza di pochi mesi. Né l’uno né l’altro schieramento possono permettersi di manifestare debolezze nei confronti del ‘nemico’ in nessun momento.
(O) Questo spiega perché il Parlamento ha prodotto un testo molto modesto: divide in due il Csm, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e crea una Corte di disciplina per entrambe le carriere, divisione amministrativa, ma unità politica. Si spiega che di fronte al referendum gli stessi schieramenti politico-culturali non si dimostrino compatti: al costituirsi in seno all’ANM di un comitato per il NO, corrisponde una variegata presenza di politici e intellettuali di sinistra orientati al SÌ’, accompagnati da Azione, il partito di Calenda.
(C) A questo punto vedo il rischio di confusione nei ragionamenti, se non di cerchiobottismo. Un esempio nella newsletter di AVVENIRE “Il meglio della settimana”: dopo aver affermato. “la separazione delle carriere delle magistrature giudicante e requirente non è un colpo di Stato, e non sottomette la funzione del pubblico ministero al potere esecutivo” (le due principali critiche dell’opposizione e dell’ANM e le uniche argomentazioni che, se vere, ne motiverebbero una così accanita mobilitazione), sostiene che la riforma non è utile, perché i mali della giustizia sono altri e non sono in questo modo affrontati: “la lentezza dei processi, la farraginosità delle procedure, la carenza di personale e di sedi”.
(S) Ma che c’entra?
(C) Appunto. Però si può condividere l’appello finale, che una volta superato lo scoglio referendario e riformate il metodo e le regole di autogestione della magistratura, si ponga mano alla riforma della GIUSTIZIA, (questa volta a lettere maiuscole) con la collaborazione di tutte le realtà politico-culturali presenti in Parlamento e nel Paese e, soprattutto della MAGISTRATURA stessa.
(S) Sebastiano Conformi (C) Costante (O) Onirio Desti