Giocare una mano di poker con due Re non è il massimo. Si può bleffare (o “bluffare”, che è lo stesso), ma bisogna essere molto abili, scafati, degli artisti del tavolo verde, per non uscirne con le ossa rotte. Diversamente, è meglio lasciar perdere e andare a pescare. A Washington, per un paio di giorni, ci sono stati due re a movimentare le cronache internazionali. Uno era quello vero, Carlo III d’Inghilterra, e l’altro un esibizionista, Donald Trump, che anche stavolta ha cercato di vestire i panni di altri, come quando aveva immaginato sedersi sullo scranno pontificio. Gli era piaciuta la scenografia vaticana e si era convinto che quel ruolo gli si confacesse “Mi piacerebbe essere Papa. Sarebbe la mia prima scelta” (maggio 2025). In precedenza, aveva pensato per sé anche ad un’altra incoronazione, stavolta a Stoccolma, in Svezia, nella Konserthuset (Sala dei Concerti), a ritirare il Nobel per la pace dalle mani di un altro re. Peccato che nel frattempo le cose sia siano complicate parecchio per lui (e per noi), con disastri epocali, come la guerra in Iran e quella per procura in Palestina, assecondando in maniera del tutto irragionevole le volontà del governo israeliano che stanno seminando morte e distruzione ovunque. In modo, irresponsabile e inaccettabile.
In Inghilterra, in una monarchia costituzionale parlamentare, il ruolo del re ha un carattere quasi esornativo. Rappresenta la continuità statuale e quando nomina il primo ministro è solo un atto formale. Mentre il ruolo diplomatico che svolge con le visite di stato è un asset formidabile per il Regno Unito, come s’è visto proprio in questa circostanza a Washington dove, almeno apparentemente e per il tempo che durerà, è riuscito a ristabilire un rapporto di buon vicinato tra alleati storici, che negli ultimi tempi si era incrinato paurosamente. Mentre negli USA il re non c’è. Ne ha parlato proprio Carlo III, con ironia, nel discorso al Congresso del 28 aprile 2026, quando ha ricordando il distacco dalla monarchia britannica avvenuto ben 250 anni fa, nel 1776, proprio per una disputa con la Corona. Era una questione di libertà e di libero arbitrio.
Quel che stiamo vedendo da un anno e mezzo a questa parte, invece, è esattamente il contrario. È l’eclissi di quel mondo e l’avvento di una democrazia illiberale. Uno scenario di queste proporzioni, francamente, non era facile da prevedere. Come ha notato Jurgen Habermas, filosofo e politologo di fama internazionale, scomparso da poco, probabilmente in una delle sue ultime interviste “ciò a cui stiamo assistendo negli Stati Uniti è un’analoga transizione da un sistema all’altro, una transizione nemmeno particolarmente graduale, ma semmai poco avvertita, in presenza di un’opposizione paralizzata” (“la Repubblica” 23.11.2025). Una deriva illiberale che agisce sia sul piano politico interno, che su quello internazionale, con identica ferocia.
Congresso e Corte suprema sono stati annichiliti a favore del potere esecutivo. La Banca centrale è stata pesantemente attaccata, per avere una Federal Reserve piegata ad una politica monetaria favorevole dell’esecutivo. Ha umiliato il Congresso con il Liberation Day, imponendo dazi, un potere che la Costituzione attribuisce al Congresso. Ha smantellato agenzie indipendenti ed epurato funzionari federali. Le stesse intimidazioni son state rivolte alle università, per metterne in discussione libertà e diritti costituzionali. Un’aggressività che non ha risparmiato i media. “E col pretesto di combattere la criminalità, ripristinare l’ordine pubblico e aiutare gli agenti dell’Ice (Immigration Custom Enforcement) ad arrestare e deportare immigrati illegali, ha inviato la Guardia nazionale a pattugliare diverse città americane guidate da amministrazioni democratiche, senza il loro consenso e senza autorizzazione da parte del Congresso” (Norberto Dilmore, dic. 2025).
Sul piano internazionale, si è attribuito poteri di guerra come un tiranno qualsiasi. In Venezuela, in Libano, sulla striscia di Gaza, in Iran. Francamente, c’è poco da fare. Bisogna solo aspettare che la nottata passi, vista la modestia in cui siamo costretti, da decenni, a causa delle nostre incapacità. L’unica cosa che ci è possibile fare è riflettere sui nostri errori ed evitare di farne altri in futuro. In questi giorni, da noi, molti cominciano a parlare di primarie in vista delle prossime elezioni politiche. Francamente, in questo momento più che mai, è da condividere la posizione di chi ritiene che questo istituto sia un rito consunto e per certi versi pericoloso. Costringe alle divisioni. Obbliga a misurarsi come in un rodeo. Mentre ciò di cui si ha bisogno è di visioni condivise, pacate, che discendono dal setaccio del confronto istituzionale. Non abbiamo affatto bisogno di leader carismatici. Il poker lasciamolo agli altri. “No Kings”!.