Il mio incontro con lui. La sua indimenticabile lezione. Il mio dolore.
Sono un ragazzo e partecipo ad un incontro a Roma con Aldo Moro che scoprirò essere riservato a non molte persone. Siamo in 25/30 con ministri e personalità molto in vista. Non ho nessunissimo titolo per essere lì. Mi ha portato l’On. Luigi Michele Galli di Gallarate che è stato un importante parlamentare per tanti anni.
Di fatto sono l’unico giovane presente. Moro mi nota e mi chiede chi sono, cosa faccio nella vita. Frequento l’università, gli dico, ma lavoro e non so se riuscirò a finirla: la mia preparazione scolastica è scarsa avendo fatto ragioneria in due anni di sera. Aggiungo, anche se superfluo, che mi piace molto la politica.
Moro: “Bravo, lavora e poi studia, studia, e ancora studia. Per due volte mi ripete: “Ama la politica che è bella ma non fartene mai soverchiare”. Ci sono riuscito? Mah! Segnalo solo due date assolutamente speciali.
Prima data: 1992, crisi nera in Lombardia per tangentopoli e anno drammatico, moltissimo per me. Sono capogruppo della Dc in Regione con forti responsabilità. Il segretario regionale non c’è più, il presidente della Regione è dimissionario. A Roma Mino Martinazzoli sta cercando di trasformare la Dc e mi ripete “Fai tutto il possibile per non portare la Lombardia alle elezioni anticipate”.
Mi impegno al massimo. In novembre abbiamo praticamente trovato la soluzione con una larga maggioranza che comprende anche una parte del Pci. Il programma della nuova giunta è pronto. Con ogni probabilità sarò presidente prima di Natale. In quei giorni vengo invece incredibilmente coinvolto in “Mani pulite”.
Il martello moroteo mi batte in testa “Ama la politica ma non fartene soverchiare”. Mentre mi portano a Milano, in una sera triste e cupa che non dimenticherò mai, ho già deciso: dò le dimissioni anche dal Consiglio regionale: immediate e irrevocabili sebbene contro il parere di molti.
Poi sarò totalmente assolto con le scuse di qualche pubblico ministero fra cui Di Pietro e un risarcimento dello Stato, modestissimo in termini monetari, ma di alto valore simbolico.
Passano gli anni, sono fuori da tutto ma nel 2000 Martinazzoli si candida presidente della Regione e mi sprona a presentarmi in lista: “Io non posso essere eletto contro Formigoni ma tu ritornerai al posto che meriti”. Non posso farcela, gli rispondo, il nostro partito in provincia di Varese vale circa l’1,5%. In realtà ho anch’io il forte desidero di ritornare fra la gente e vengo eletto a sorpresa.
Seconda data: 2010, nuove e normali elezioni regionali. Ancora l’insegnamento moroteo: “Ama la politica ma non fartene soverchiare”, e così prendo la decisione di non ripresentarmi. “Ma come, sei matto” mi dicono, “sei sulla cresta dell’onda, devi presentarti”.
In realtà è vero, nel 2007 sono all’opposizione ma Formigoni mi offre la presidenza della Commissione speciale Statuto, un incarico difficile e prestigioso. Bossi e Giorgetti mi fanno due rapide telefonate per dirsi d’accordo. E così, dopo due tentativi falliti negli anni precedenti, approviamo finalmente e quasi all’unanimità lo Statuto come richiedeva la Corte costituzionale.
Eppure sono irremovibile, non mi candido più e non accetterò nessuna altra proposta di nuovi incarichi da allora in poi. Il monito di Moro prevale fermamente nella mia mente.
Confesso che ho pianto tre volte per la politica, una volta non serve dirvi quale, le altre due per il rapimento e la morte di Moro.
Una cosa è certa: la politica può essere crudele e può essere gratificante. Se non hai posti di potere (decisivi per realizzare le tue idee) puoi risultare lo stesso utile e provare la bella sensazione di non essere un propagandista di te stesso o del tuo partito, ma un testimone.
È ciò che dico spesso ai giovani. Battervi per i vostri ideali è “fare politica” ed è bello.
Ps
Moro, rapito dalla Brigate Rosse, fu trovato morto a Roma ventotto anni fa, il 9 maggio 1978