Editoriale

ORTOPODÌA

MASSIMO LODI - 08/05/2026

In cima alle angosce degl’italiani c’è la questione dei soldi. I soldi necessari a sfangarla (previsione FMI: causa energia, da 450 a 2270 euro in più all’anno per nucleo familiare). Il resto vien dopo. Molto dopo. Se n’è accorta la premier, e idem il governo, che trascurano argomenti di dibattito/propaganda prima centrali, tipo l’immigrazione. Stanno attenti, premier e governo, anche a scansare esagerazionismi bellici: va bene aiutare chi è in difficoltà oltre i nostri confini, non va bene insistere su un maxi-aumento di spese militari. I concittadini dissentirebbero (eufemismo).

Di qui la prudenza verso le strafottenze trumpiane. Blandirle, sottostimarle, far finta di secondarle in nome della stabilità atlantica o marcarne la distanza, finalmente? Marcarne la distanza: bull-stop. L’ha deciso Meloni, l’ha deciso perfino Salvini, di cui gli americani han rispolverato un vecchio elogio del Ciuffo Arancione spacciandolo per nuovo. Lui, il Salvini, freddino. E, anzi, di più. I sondaggi gli consigliano di stare alla larga dal burbanzoso yankee che si crede il Papa vero.

Sono giorni di cautela, attesa, preoccupazione. Il rischio è che il concreto disagio quotidiano spinga i prossimi elettori (autunno ’27, se non primavera) a scaricare gli ex beneamati rappresentanti. Cominciando dalla pontiera Roma-Washington. Speranze che restituisca un cicino di serenità la visita di Rubio a Roma. Rubio sottosegretario di Stato del Donald da Epic fury. Rubio ricucitore degli sbreghi Maga (tre giorni fa nuove offese all’impassibile pontefice, che prosegue nella sua ortopodìa: camminare dritto). Rubio incaricato di mediare con il pessimo Prevost e d’imbonirsi la deludente Meloni. Rubio che lavora per il presidente e per sé. Auguri di cuore. Ben più gradita di quella dell’estremista Vance sarebbe l’eventuale sua successione al tycoon, se il tycoon dovesse mollare tra due anni. O alla fine di quest’anno qualora le elezioni di mid-term lo affondassero (dai, forza). Rubio, poi, è d’origini cubane -e d’ascendenza piemontese- pur se di nascita in Florida. Cuba, il prossimo boccone di Trump dopo l’Iran, ha sbruffonato il Bowsha (Baüscia) medesimo. Ma vai a ranare, imperatore delegato d’una immensa azienda politica-sociale-economica che stai mandando in rovina. Lo ha detto Rubio? No, che non l’ha detto. Però: volete immaginare che non l’abbia pensato?

Tira aria così grama da suggerire che almeno tra di noi, qui in Italia, si dovrebbe trovare uno straccio di coscienza nazionale (copia-incolla dell’ortopodìa d’Oltretevere). L’emergenza è l’emergenza: cambia lo scenario, cambia l’atteggiamento collettivo. Cambia? Ma figuriamoci. Ci azzuffiamo su casi da audience mediatica: Var, Minetti, Fenice. Solo la vergognosa richiesta svizzera di chiederci le spese ospedaliere dei ragazzi bruciati nel rogo di Crans-Montana ha acceso l’indignazione di massa. Solo la memoria della vita-simbolo di generosità e coraggio d’un meraviglioso Zanardi ha scosso dal torpore egoistico. Solo lo stravolgimento del giallo di Garlasco ha riscoperto l’orrore verso la giustizia ingiusta. Il resto, zero. Eppure c’è un resto che merita, e anzi impone, di piantarla coi particolarismi e di comprendere cos’è davvero, e quando va usato, lo spirito della nazione. Anche maiuscolo, perché no: Nazione. Il campo che ci accomuna, in lungo e in largo.