
Lo spunto per la rubrica – e per le fauci di Lucifero – me lo dà la recentissima inaugurazione, a Villa Panza, di una bella mostra dedicata a Josef Albers, grande artista tedesco che si unì al Bauhaus ma che a causa della repressione nazista contro questa scuola e i suoi protagonisti decise di emigrare negli Usa acquisendo, nel 1939, anche la cittadinanza statunitense (nel Paese adottivo rimase fino alla morte, avvenuta a New Haven nel 1976). Albers, ricorda l’enciclopedia digitale Wikipedia, “si concentrò su diverse serie di pitture, fatte da disegni geometrici tra loro simili che danno effetti di ambiguità, il cui scopo è di esplorare sistematicamente gli effetti della percezione. La sua serie più nota, “Omaggio al quadrato”, è fatta da semplici quadrati ripetuti e sovrapposti, colorati con diverse tonalità che creano un effetto ottico di profondità”.
Ecco, a Villa Panza trovate una selezione di questo genere di opere, ma il nocciolo della questione non sta nello stile di pittura e nelle scelte nell’artista, bensì nel fatto che pure questa esposizione è per Varese una nuova occasione mancata. In che senso? Nel senso della reiterata mancanza di un biglietto unico tra le varie realtà museali della città e della provincia. Mi spiego: anche la Fondazione Morandini dispone di alcuni disegni dell’artista tedesco. E sua moglie, Anni Albers, a sua volta dipingeva: si esprimeva sui tessuti. Pensando all’arte “tessile” non può allora non venire in mente che il Maga di Gallarate ha dedicato un’ampia sezione a Ottavio Missoni. Quindi perché, per conto e in nome dei coniugi Albers, non creare l’opportunità di un ingresso unico tra questi tre poli della nostra realtà museale? Si sarebbe potuto partire ovviamente da Villa Panza, quindi vedere quanto c’è di Albers alla Fondazione Morandini – che dal 9 maggio, per un certo periodo, esporrà in una stanza le tavole in suo possesso – , infine concludere a Gallarate, anche se solo come “estensione concettuale” perché di Anni Albers nulla c’è al Maga (peraltro sarebbe stato magari ipotizzabile recuperare alcune suoi lavori su tessuto): un solo biglietto, dunque, per vedere tre musei.
Lo schema del ticket ad ampio raggio d’azione è una cosa che manca del tutto nei nostri luoghi d’arte, a prescindere da eventi come quello legato ad Albers: ciascuna realtà bada al proprio orticello. Basterebbe offrire due soluzioni: un biglietto per un solo posto oppure uno, dal costo leggermente maggiore, che ne comprende altri. Sarebbe una cosa utile soprattutto per i turisti, a cominciare da quelli stranieri. Bisognerebbe insomma fare sistema, visto che in tante altre città/province è una cosa assolutamente normale, che funziona e che oltretutto coinvolge in qualche caso altre realtà, come alberghi, enti turistici e così via. Da noi, invece, ognuno fa per sé, senza nemmeno che Dio provveda per tutti (contrariamente al noto adagio). Si dirà: esiste una tessera regionale che con una quota annua forfettaria dà l’accesso a una rete museale predefinita. Appunto: avviene solo per i musei che aderiscono. A Varese e nel Varesotto non tutti sono inseriti. E in ogni caso stiamo parlando di un livello territoriale più ampio. A noi invece importa, senza incedere nel campanilismo, che Varese valorizzi quanto ha in maniera armonica e sinergica, evitando piccinerie e colpevoli dimenticanze che sanno anche di ripicche degne di miglior causa.
Tra l’altro è stato varato, con una certa pomposità, il progetto Varese Cultura 2030, finanziato con un investimento di 2,4 milioni di euro, di cui 1,4 milioni finanziati da Fondazione Cariplo: prevede proprio questo, l’integrazione tra offerta culturale e turistica per posizionare Varese quale futura capitale della cultura. È stato presentano nel giugno 2025: dopo quasi un anno non si hanno notizie di sviluppi.