Stringiamoci a coorte, siam pronti a Sanremo, al Festival canoro “……del bel paese là dove ‘l sì suona“ ma, ahimè, non si canta più! Il bel paese che Dante cita nel canto XXXIII dell’inferno non è il famoso formaggio incartato con la faccia dell’abate Antonio Stoppani, ma è l’Italia. Dante inveisce contro Pisa e distoglie la vista dal conte Ugolino che aveva sollevato la bocca dal suo fiero pasto, tutto “ comunista”. Dante chiede a Virgilio perché all’Inferno, dove si dovrebbe morire di caldo, c’è un freddo cane. Virgilio che conosce il dialetto di Firenze, gli risponde però in dialetto mantovano “ Còsa vot che ne sapia mè?”, sempre nel Canto XXXIII dell’inferno. Nessuno nega che noi italici siamo gente imprevedibile e creativa: col rischio imminente di una guerra nucleare; genocidi; violazione di ogni principio di diritto internazionale; con una legge finanziaria che trascura gli ultimi che son milioni; qualche genio esamina il testo dell’Inno degli Italiani scritto da Mameli e, orrore, non trova il “Sì” che viene sempre cantato, urlato, soprattutto negli stadi per incitare gli atleti.
Il testo venne scritto da Mameli, studente ventenne che sarebbe morto combattendo in difesa della Repubblica Romana del 1849. Mameli inviò il testo dell’INNO DEGLI ITALIANI all’amico musicista Michele Novaro, genovese come lui, che subito a Torino lo musicò con tonalità SI bemolle maggiore (toh). Pare che Michele Novaro, per esigenze tecniche abbia cambiato qualche parola del testo ed aggiunse sicuramente lui il “Sì “ sull’onda dei successi dei “CRESCENDO” rossiniani che scaldavano le platee del tempo, come oggi. Mameli scrisse il testo il giorno 8 settembre 1847 a Genova in concomitanza coi primi moti a Genova per ottenere la Guardia civica e le riforme. Il decreto legge che vuol cancellare il “Sì ” non vieta a noi poveri tapini di periferia ed anche a Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei Ministri, di cantarlo a gran voce, giustamente, il “Sì”. Giorgia Meloni il 30 dicembre in una cerimonia ufficiale ha cantato convinta il “Sì” finale e si può supporre che la maggioranza degli italiani di Destra e di Sinistra sia finalmente d’accordo e pensi che la “Grande Dame des italiens” abbia fatto una cosa giusta. Eja Eja Trullalah!
Per coloro che, come chi scrive, sono stati i promotori della fondazione di ben due associazioni storiche risorgimentali a Varese, la questione del “ Sì “ che oggi lascia perplessi tutti, appare incredibile ricordando che nel 1982, nessuno tra la dozzina di giocatori con la maglia azzurra ai mondiali di calcio poi vinti dall’Italia conosceva le parole dell’inno di Mameli. Oggi si canta l’inno con vigore sulle tribune degli stadi anche grazie al decisivo contributo del presidente Carlo Azeglio Ciampi, lui laico, democratico e repubblicano, che reintrodusse anche la Festa della Repubblica del 2 giugno, data del referendum del 1946 quando l’Italia diventò una Repubblica democratica. Mameli avrà sicuramente sentito suonare e cantare l’inno e quindi anche quel “Sì” . Garibaldi e i suoi garibaldini cantavano e fischiettavano l’inno sul colle del Gianicolo nella primavera del 1849 difendendo la Repubblica romana. Quel “Sì” finale era cantato e non risulta che Mameli abbia dissentito. Mameli morirà proprio sul colle del Gianicolo in quel favoloso anno 1849. Noi varesini non possiamo dimenticare i nostri eroi che caddero con Mameli nel 1849 sul colle del Gianicolo: Francesco Daverio, mazziniano, ingegnere di Calcinate del Pesce; Enrico Dandolo, varesino, cattolico e monarchico, nipote del conte Vincenzo Dandolo; Emilio Morosini, cattolico e monarchico combattente coi bersaglieri lombardi di Luciano Manara. In quegli anni si combatteva e si moriva davvero per l’Unità d’Italia e monarchici e repubblicani combattevano fianco a fianco. Non erano certamente straccioni o delinquenti come venivano definiti da neoborbonici e secessionisti. Altri tempi, altra gente, altri eroi. W l’Italia, Sì !