Attualità

FRONTALIERI, CHI PAGA?

SANDRO FRIGERIO - 09/01/2026

Siamo ormai abituati alla corsa di fine anno con le mance last minutes e le distribuzioni a pioggia dei fondi del bilancio dello Stato. Quest’anno, però, pur con le modifiche introdotte dal Governo rispetto alla versione originale, condizionati dal desiderio di superare anticipatamente la Procedura d’Infrazione (per spendere di più nell’ano elettorale 2027) tali limiti si sono resi più stretti. Questo non ha vietato la formulazione, proprio in questi giorni, non di un provvedimento (impossibile) ma di una promessa, cioè di un “ordine del giorno” (che è una sorta di impegno ma non modifica i conti approvati) su una materia che riguarda soprattutto varesini e comaschi. E’ quello proposto dal deputato bustese Stefano Candiani per la costituzione di una ZES, una Zona Economica Speciale nelle aree di confine, con benefici per aziende, nella forma di crediti d’imposta e bonus salariali per i lavoratori.

Da parte della Lega, il partito di Candiani. Il tema non è nuovo, perché sempre Candiani aveva già proposto la creazione di ZES, con benefici fiscali per le zone di confine di essere più competitive, ma questa volta la novità è il parere positivo espresso dal “vicino di casa” Ministro Giorgetti. Già in seguito al Covid sono state introdotte delle ZES, nel Mezzogiorno, ma proporlo per le “zone ricche” del paese è qualcosa di nuovo e il 2026, anno pre-elettorale, promette allargamenti della borsa. Insomma, questa volta si potrebbe fare. Ma con quali effetti e costi?

Il problema maggiore è occupazionale. La Svizzera è, per il mercato del lavoro, il maggior concorrente delle aziende locali, seguita dal mercato “milanese”. Il motivo è proprio nei 32 mila frontalieri (oltre agli Italiani i residenti oltre confine) che costituiscono più dell’8% della popolazione attiva della provincia. Del resto, benché il Canton Ticino sia il cantona svizzero con la più bassa media salariale (5700 franchi lordi contro i 6 mila della media nazionale), le retribuzioni sono, al netto, almeno il doppio di quelle italiane (si tenga conto che in Svizzera sono molto meno diffuse le mensilità aggiuntive, non c’è TFR e la pensione è calcolata con criteri più stretti). Non è un caso che nei mesi scorsi la Camera di Commercio varesina abbia anche lanciato dei voucher (in realtà modesti) per quanti vengono a trasferirsi in provincia e lavorano per aziende locali). La disoccupazione è ai minimi storici (poco sopra il 4%) e le aziende faticano più della media a trovare personale, in un mercato in cui il calo demografico già deprime il numero degli occupabili.

Ma quanto praticabile e sostenibile è questa misura? Da una parte i vincoli internazionali. Le Zes sono di fatto “aiuti di Stato, che quindi possono eccezionalmente ammessi dall’Unione Europea, in genere per aree in con sottosviluppo economico. Se dovesse essere varata per le zone di frontiera italiane, anche Francia (zona di Ginevra), Germania (Basilea), Austria (San Gallo/Liechtenstein/Engadina) potrebbero chiedere altrettanto. Quindi il problema si moltiplicherebbe. In Svizzera ci sono 400 mila frontalieri, di cui solo 92 mila Italiani (72 mila dei quali tra Varese e Como)

Aiuti alle imprese potrebbero essere, in assenza di adeguati parametri, aiuti) ingiustificati. Confindustria Varese per esempio colloca la provincia al 9-10° posto tra le province italiane per retribuzione, il che  non è proprio molto, considerata anche la contiguità con la ricca area milanese.

Infine la copertura. Una misura del genere dovrebbe riguardare “i comuni frontalieri”, che sono quelli nella fascia dei 20 Km dal confine, una fascia calcolata con una certa elasticità, in cui nel 2024, con accordo Italo-Svizzero, sono pur entrati i comuni “insospettabili” di Brebbia, Gerenzano, Saronno, Vergiate). Ma, soprattutto, se si parla di crediti d’imposta e bonus salariali, come si fa a includere Gallarate ed escludere Busto Arsizio o Castellanza? Rischia di crearsi un “effetto stadio”. Se si alano gli spettatori della prima fila, si alzano tutti gli altri: Si vede come prima, ma si sta in piedi.

Una prima fonte di finanziamento potrebbero essere i ristorni, cioè quel 40% delle imposte pagate in svizzere che tornano alle province e ai comuni italiani interessati. Nel 2024 i ristorni versati dalla Svizzera sule imposte  dai frontalieri assunti con i vecchi accordi interstatali, cioè fino al 17 luglio 2023 e che non pagano tassi in Italia, hanno raggiunto il record di circa 120 milioni di euro. Una cifra peraltro destinata a ridursi, ricorda Giordano Macchi, direttore dei contributi  e Imposte Ticinesi, poiché i “vecchi” frontalieri sono destinati a ridursi progressivamente. E nel 2034, varrà solo il nuovo sistema (tasse pagate in Svizzra fino alla concorrenza di quelle italiane)

 Si tenga anche conto che se già le imposte svizzere sono più basse (soprattutto per i redditi medio-bassi), queste non comprendono i salatissimi esborsi (300 – 400 franchi/mese per persona, indipendentemente da reddito e lavoro) per le casse sanitarie,  che il frontaliere però non paga, mentre in Italia la sanità è pagata con una quota delle tasse. Così come non paga nemmeno addizionali comunale e regionale, mentre da quest’anno dovrebbe divenire operativo il “contributo” sullo stipendio per la Sanità (italiana). Regione e comuni devono comunque far fronte a tutta una serie di servizi connessi  come sanità, asili nido, edilizia scolastica ecc. quindi i fondi per questi vanno in qualche modo trovati e pertanto una parte di ristorni continuerà ad essere versata agli enti locali.

Se, per ipotesi. la metà dei ristorni complessivi, quindi 60 milioni (a calare), fosse destinata ad arrotondare lo stipendio di 100-200 mila lavoratori di tutta la fascia di confine Italia-Svizzera, l’importo sarebbe di 600-300 euro: una mancia trascurabile. Almeno economicamente, ma elettoralmente “visibile”. Per incidere sullo stipendio, occorrerebbe dunque un finanziamento sulla fiscalità generale. Si genererebbe un meccanismo a cascata che le casse pubbliche avrebbero difficoltà a controllare. Insomma: la malattia c’è, ma la cura rischia di essere disastrosa. Per questo ha ottime possibilità di essere accolta.