Ha ragione chi sostiene che la pace si ottiene con la deterrenza: l’ha imparato dalla storia. Dovremmo ammetterlo anche noi pacifisti, invece di guardare altrove e cercar rifugio nelle utopie (à la John Lennon) o in qualche altro rassicurante luogo della mente, così annullando un potenziale margine di dialogo con chi la pensa diversamente da noi (e con ragione). Invece riusciamo soltanto a lagnarci perché veniamo ignorati e ostracizzati in certi ambiti. Quanto più utile sarebbe invece entrare nel merito della questione della deterrenza! Poiché, come intendo dimostrare qui di seguito, proprio su quel terreno, da noi sinora evitato con cura, si potrebbero trovare delle occasioni per rilanciare il dialogo, e magari anche far riflettere chi non la vede come noi.
Cominciamo dunque, come spesso fa chi cerca il dialogo, con una semplice domanda: in che modo si attua la deterrenza? Potrebbe sembrare una domanda da idiota (nel senso di inesperto), poiché chiunque abbia anche solo orecchiato la geopolitica strategica sa che la deterrenza si attua per mezzo del riarmo. Comunque non è affatto una domanda stupida! Sì, perché pone l’accento sul fatto che la deterrenza non è una causa soprannaturale: cioè non è come il roveto ardente di Mosè, bensì ha a sua volta dei mezzi per cui essa si attua, da ricercare tra le azioni umane. Se dunque il riarmo è il mezzo per cui si attua la deterrenza, potremmo continuare a chiedere, come mai la storia (a cominciare da tutte le guerre di indipendenza, inclusa l’Intifada tuttora in corso) è piena di esempi di guerre intraprese da attori in condizioni di palese inferiorità sul campo (armamenti, eserciti e logistica)? Non basterebbe anche soltanto uno di questi esempi per dimostrare che il riarmo non è un mezzo certo per cui si attua la deterrenza, e quindi si ottiene la pace?
Queste domande non sono né stupide né idiote; piuttosto sono fastidiose, cioè potrebbero (se seriamente e onestamente ponderate) mettere la pulce nell’orecchio anche del più fervente cultore del realismo geopolitico (da Vegezio a Luttwack). Il condizionale è comunque d’obbligo, dal momento che (e questo è un curioso paradosso) l’orecchio del realista è spesso impermeabile alla realtà.
Quindi non aspettiamoci che i fautori della deterrenza di punto in bianco si trasformino in sessantottini hippies, leggendo quanto sinora argomentato. Piuttosto accontentiamoci di osservare quanto segue: che la deterrenza (secondo un’opinione consolidata) può creare le condizioni per la pace; e che, tuttavia, essa non è una causa soprannaturale e (soprattutto!) che non è affatto certo che la si possa attuare mediante il riarmo.
Perciò occorre far presente (socraticamente) che riguardo alla deterrenza per ora sappiamo di non sapere. Si può comunque indicare una strada sicura per ragionarci su: cioè quella che comincia, come abbiamo fatto qui, col rendere manifesto l’errore cognitivo che sta alla base della più comune fra le opinioni sul tema. Vogliamo continuare a parlare di deterrenza? Facciamolo anche così!