Lavori già avviati. Per il voto sulla riforma della giustizia, per la nuova legge elettorale. Lavori, cioè indaffararsi a destra e a sinistra. Lavoro 1) riforma della giustizia. A destra sono compatti sul sì alla separazione delle carriere tra pm e giudici. Vecchia bandiera di Berlusconi, nuovo vessillo di Meloni. Salvini ben volentieri s’adegua. Tutti persuasi che la novità costituzionale, se passasse, non comprometterebbe l’equilibrio tra i poteri statuali. Nessun assoggettamento della magistratura inquirente alle voglie dell’esecutivo, come del resto autorevoli giuristi non definibili di parte asseriscono. E asserivano già in passato. A sinistra invece sono divisi, e figuriamoci se potevano non esserlo. Esempio: Cinquestelle compatti sul no, Pd spaccato, un po’ tifa no un po’ tifa sì un po’ è nell’incertezza del ni. Confusione al momento bastevole a pronosticare un difficile ribaltamento del risultato che i sondaggi attribuiscono di segno favorevole al sì. Se finisse in tal verso, ne risentirebbe la scelta delle liste in proiezione voto ’27: la sconfitta del no sarebbe la sconfitta della Schlein, con quanto vi seguirà. Non di Conte, che darà ai partner-competitori la colpa dell’insuccesso.
Lavoro 2) nuova legge elettorale. A destra il timore di perdere nei collegi uninominali al Sud, alla luce dei recenti verdetti nelle Regioni, spinge Meloni a correggere il Rosatellum oggi in vigore. Total proporzionale, zero uninominale, premio di maggioranza a chi ottiene almeno il 40 per cento dei voti. Ciascuno va sotto le sue insegne, prende i consensi che gli verranno, vien liberato parzialmente dagli obblighi di partnership, si tiene le mani libere per il futuro in caso di sorprese. Tajani e Salvini, pur se malvolentieri, aderiranno all’imperativo della premier, non disponendo di percorribili alternative. A sinistra si dicono all’unisono contrari alla modifica, ma chi potrebbe fingere d’avversarla in realtà recependola con silenziosa soddisfazione è Schlein. Che si toglierebbe di dosso il problema Conte, riottoso a riconoscerne leadership e dunque candidatura a Chigi in caso di vittoria. Il proporzionale renderebbe superflua ogni discussione sulla personalità titolata all’eventuale insediamento al posto di Meloni: l’onore-onere spetterebbe al capo del partito più gettonato. Punto e basta.
Possibile dunque un accordo sotterraneo Meloni-Schlein? Un accordo magari no. Un non disaccordo magari sì. Sottigliezze bizantine della nostra politica? Mica tanto. Calcoli pratici. Con l’obiettivo comune di mobilitare alle urne almeno una minima quota degli astenuti, divenuti una moltitudine di massima preoccupazione. In fondo il proporzionale agisce da sempre qual molla identitaria, perché non recuperarlo nel frangente storico in cui se ne son perduti la vista, il significato, l’efficacia? Il trasversalismo ha spesso dato prova d’esser vizio che sa volgersi in virtù.
Ps
Un cupo inizio d’anno. 1) Rogo nella discoteca di Crans-Montana: la tragica débâcle del Paese che ha regole ferree, ma applicazione terrea delle medesime: così inesistente da lasciarci impalliditi come la morte. Quando le cronache cambiano la storia. 2) Golpe trumpista in Venezuela: la cattura del despota avverso a ogni concessione democratica con metodi che una nazione leader della democrazia mondiale mutua dal prontuario dittatoriale. Anche questo ci lascia impalliditi. Specie per quanto potrebbe seguirvi “all over the world”. Dappertutto, in qualsiasi istante, con chessivoglia motivazione/giustificazione. Make America Grrr Again.