Urbi et Orbi

CAPITALE DEI PELLEGRINI

PAOLO CREMONESI - 09/05/2025

Le migliaia di fedeli e pellegrini che da giorni si incolonnano pazienti davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore per rendere omaggio alla tomba di Papa Francesco e curiosare in attesa del Conclave, hanno preso in contropiede le autorità e i residenti all’Esquilino. Le prime perché pensavano che con l’imponente bagno di folla dei funerali e della successiva processione si sarebbe “esaurito” l’effetto Bergoglio, i secondi perché, costretti loro malgrado ad abbandonare il rito della passeggiata lungo le multietniche vie del quartiere, magari sino a piazza Vittorio, devono studiare alternative.

Siamo in un quadrante strategico per la capitale: a poche centinaia di metri dalla stazione Termini, collegati attraverso via Merulana a San Giovanni (percorso spesso compiuto da Bergoglio in occasione della processione per il “Corpus Domini”) e a piazza Venezia attraverso via Cavour.

In questo crocevia la Basilica, edificata in una posizione strategica nel Trecento dopo Cristo, ha sempre costituito un punto naturale di riferimento per il quartiere. E non solo per le ricchezze storiche e religiose contenute (si pensi per esempio alle Sacre reliquie della culla di Betlemme).

Alle 21 di ogni sera i rintocchi delle campane del campanile romanico si diffondono rassicuranti sopra i tetti delle case circostanti ed in particolare quelli della “Sperduta”, storica campana crepatasi nel 1834 e solo recentemente riportata in Basilica. Il suo suono ricorda la vicenda di una pellegrina che si era smarrita nella notte e proprio grazie alla “Sperduta” ritrovò la via per tornare in città.

Chi invece non ha avuto dubbi nel “ritrovare la via” è stato proprio Papa Francesco, che ha più volte espresso con decisione la volontà di essere sepolto a Santa Maria vicino alla icona della “Salus Popoli Romana”, da lui venerata centoventisei volte in dodici anni di Pontificato: la prima il 14 marzo 2013, il giorno dopo l’elezione come 265° Successore di Pietro; l’ultima il 12 aprile scorso, alla vigilia della Settimana Santa. In mezzo gli innumerevoli omaggi prima e dopo ognuno dei 47 viaggi apostolici e dopo i quattro ricoveri al Policlinico “Gemelli”, avvenuti nel 2021, per due volte nel 2023 e infine la degenza più lunga, i 38 giorni trascorsi dal 14 febbraio al 23 marzo di quest’anno. Il Pontefice volle accanto a sé sul sagrato di San Pietro quella icona mariana il 27 marzo 2020, durante la Statio Orbis presieduta al tempo della pandemia di Covid.

Ora per il quartiere tutto è cambiato.

Proprio il Ministro dell’Interno Piantedosi, nel ringraziamento alle forze dell’ordine per il successo delle misure di sicurezza messe in atto per i funerali del Pontefice ed il Giubileo degli adolescenti, ha ipotizzato che Santa Maria Maggiore possa diventare a Roma il secondo punto di riferimento per i cattolici di tutto il mondo. Ipotesi suggestiva, certo, ma che comporta, almeno a breve, una non semplice rivoluzione nell’angusta urbanistica dell’area fatta di negozi multietnici, sedi di importanti istituti religiosi, ambasciate, ristoranti, il Museo nazionale romano, il teatro Brancaccio. L’idea è quella di istituire una serie di accessi a  numero chiuso, transennamenti fissi, aumento dei portali per i metal detector (attualmente ne è in funzione soltanto uno) e l’utilizzo di piazza dell’Esquilino come “hub” capace di ospitare migliaia di persone in attesa di poter entrare in Basilica. Misure destinate a contenere i problemi che l’enorme afflusso di persone reca ad una già fragile viabilità. Si pensi che solo per il passaggio alla Porta Santa (la Basilica è una delle cinque porte sante della capitale) sino a metà Aprile si erano messe in fila circa 15mila persone ogni 24 ore. Ma adesso i numeri potrebbero anche triplicare.