Una nuova vita per il Politeama, che – quasi fosse un gatto fatto di mattoni – ne ha già vissute diverse senza mai lasciarci definitivamente lo zampino. E una nuova vita per la cultura varesina.
In settimana, nel corso di un consesso regionale, è stato presentato il progetto definitivo di riqualificazione dell’edificio chiuso da ormai 17 anni: è stato il primo passo (prossima tappa il progetto esecutivo) verso la restituzione alla Città Giardino di un teatro che si rispetti, a colmare una mancanza di decenni.
Il nuovo Politeama – lo hanno rivelato i disegni e i rendering presentati a Palazzo Lombardia – sarà un contenitore da 830 posti tra platea e galleria, includerà un foyer e uno spazio bar/ristorante, configurandosi come un’infrastruttura moderna e multifunzionale. A trovare spazio sarà anche un a fossa orchestrale, per la quale è stata adottata una soluzione innovativa e flessibile: a seconda delle esigenze, essa si aprirà o scomparirà quando sarà necessario un palcoscenico più ampio.
I lavori di ristrutturazione potrebbero iniziare a settimane e hanno un orizzonte che le istituzioni – Regione Lombardia, Comune di Varese e Provincia di Varese – pur senza arrischiarsi in previsioni azzardate, sempre compromettenti all’alba di un’opera pubblica, hanno fatto intendere possa essere fissato nel 2027. Sarà, il rinato teatro, un biglietto da visita per ottenere un alto riconoscimento: quello di Capitale della Cultura Italiana. Lo ha rivelato Marco Magrini, presidente a Villa Recalcati: Varese vuole candidarsi per l’edizione 2030.
Se ne facciamo la radiografia, se lo tagliamo a metà e ci mettiamo a contare i cerchi – come si fa con gli alberi – per determinarne la storia, dobbiamo scrivere di un luogo polivalente che trova la sua prima edificazione tra il 1892 e il 1893, come casa delle bande cittadine e come “costola aggiuntiva” del ben frequentato Teatro Sociale.
Così scriveva Giovanni Bagaini nel 1939: “Era bello, il Politeama, ben diverso da quello di oggi. Un cupolone altissimo, dalla perfetta struttura circolare che conteneva un locale da ballo, una sala per gli spettacoli, un salone per il caffè e un ampio giardino. Inoltre la presenza di altre due sale di riserva lasciava aperta la possibilità di organizzare conferenze, mostre ed esposizioni. La capacità è di duemila spettatori seduti e disposti in due file di palchi, oltre l’ampia platea”.
All’inizio del ‘900 l’edificio venne requisito dal Genio Civile e diventò un anonimo magazzino, poi deposito di ferramenta, infine di calzature. Nel 1949 ecco il ritorno alle origini: sul palco la prima con la Tosca di Puccini. Diciassette anni di “pace” e spettacoli, quindi un grave incendio, che il 14 marzo del 1966 distrusse completamente la sala interna e la copertura a cupola.
La città non si diede per vinta, l’edificio venne completamente ricostruito (1969), ma perse la sua funzione teatrale per accogliere quello che da tempo era ormai diventato un fenomeno ben più di massa: il cinema. Tempo 40 anni e arriva una nuova crisi, che ne comporta la chiusura nel 2008, ormai ben dentro l’epoca dei multisala.
La sua casa è sempre stata piazza XX Settembre, primo avamposto di periferia – non geografica ma di “spirito” – a nemmeno un chilometro dal centro città. Ed è allora qui che vogliamo arrivare: il nuovo Politeama, insieme alla “nuova ex Caserma” poco lontano, diventi il grimaldello per rendere Varese più bella, più elegante, meglio frequentata. Non è (o non è solo) una questione di sicurezza, reale e percepita (qui non facciamo politica): è che l’aridità culturale e la noncuranza di decenni hanno fatto avanzare, senza che quasi ce ne accorgessimo, dei “deserti” metropolitani che hanno nuociuto all’immagine della città.
Bisogna fare attenzione e recuperare spazi, “piantando” idee e occasioni: le dune, se no, continueranno ad avanzare.