
Deve essere trasformata in una palestra per il volley. Deve, appunto. E aggiungiamoci: così pare; sembra; forse; chissà tra quanto. Ma intanto la ex piscina comunale di via Copelli, intitolata a Fausto Fabiano, mecenate del nuoto varesino tra le cui grinfie sono passato pure io, è uno stabile che sta andando ignobilmente alla malora. Una costruzione che tra l’altro è nata dalla creatività dell’architetto Sergio Brusa Pasqué: nel 1964 fu completato il suo palazzetto dello sport a Masnago, due anni dopo iniziarono i lavori per l’impianto natatorio, aperto nel 1967. Era una Varese che “faceva”, senza troppi “se” e “ma”. In questi giorni le testate locali hanno meritoriamente messo il dito nella piaga: dal 31 agosto 2025, ultimo giorno di attività prima della definitiva chiusura, la “Fabiano” è stata lasciata lì, in attesa del suo destino e della conversione, evidentemente senza adeguati criteri di protezione se è vero che è stata già assaltata da bivaccanti, balordi, vandali, con ampia esibizione di monnezza e di vetri rotti e porte sfondate.
E questo è l’insulto inaccettabile. Soprattutto per chi lì dentro ha nuotato e ha anche coltivato sogni agonistici poi sbocciati, come quelli portati avanti dallo stesso Fausto Fabiano – fondatore della Varese Olona Nuoto – e da suo figlio Fabio, che incrociavo in vasca perché, come ha ricordato in un’intervista nel duro momento del fine corsa, lì dentro è stato tutto, allievo, giocatore, istruttore, allenatore e poi presidente (della stessa VON). Le mie ambizioni di diventare un califfo del nuoto sono svanite in breve a causa di una sostanziale “broccaggine”. Ma con l’allora Varese Nuoto, entratovi a far parte dopo i cosiddetti brevetti (c’erano cinque livelli, da cavalluccio marino a squalo; io sono arrivato al terzo, pesce spada, quindi sono stato cooptato dalla sezione agonistica), ho disputato delle gare: ricordo il brillante ultimo posto nella prima, a Como, dove mi ero sfiancato di fatica nel riscaldamento, o la medaglia d’argento vinta con la staffetta (facevo le frazioni a dorso) a Gallarate, o le selezioni per la Coppa Scarioni alla Mecenate di Milano, dove nuotai contro i gemelli Boselli, che anni dopo avrei ritrovato, da giornalista sportivo, una volta diventati cestisti dell’Olimpia (ma Dino, come ben sappiamo, finì poi a Varese nell’operazione che riguardò un altro Dino, ovvero Meneghin).
Ancora prima di tentare con il nuoto di prestazione, la piscina è stata luogo di sport – per un ragazzotto delle elementari – e di ambienti diventati familiari. Quando scendevi negli spogliatoi trovavi, sulla scala, le foto dei caduti di Brema. Poi c’era il rito della doccia (sempre fredda) prima di entrare in vasca. Quindi si saliva in alto sui gradoni per il riscaldamento a secco, infine tutti dentro a imparare. Ho ancora in gola l’odore del cloro, gli occhi mi si arrossano di nuovo al solo ricordo, le parole dell’istruttore (ero nel corso C, coordinava tale Cattaneo, del quale non rammento il nome) erano ovattate. Rimasi colpito una sera nella quale il docente, a fine allenamento, disse che avrebbe fatto una breve distensione: si tuffò e nuotò 50 metri (25+25) sott’acqua. Mi pareva impossibile. Quando entrammo nella Varese Nuoto e passammo sotto Fabiano, invece, conobbi la durezza di doversi preparare alle gare: non avevo ancora 10 anni, alla mattina c’era la scuola (si entrava alle 8.30). Ma tre volte alla settimana, dalle 20 alle 22, c’era la piscina. Un chilometro di riscaldamento, poi scatti da 25, 50 e 100 metri. Quando non era contento, Fabiano infliggeva lavori extra. Il chilometro finale di defaticamento era visto come una liberazione. Diciamo che Fabiano senior – che chiamavamo Fagiano, ovviamente a sua insaputa – era tosto assai e una volta un mio compagno un po’ pazzerello, il mitico Enrico Dalla Rosa, che oggi ha un’agenzia e fa il cacciatore di teste, lo buttò in acqua. Solo che aveva addosso l’accappatoio: uscire dall’acqua, pesante come un macigno, fu un’impresa. Immaginate la punizione…
La piscina di via Copelli ritorna spesso nei miei sogni ed è proprio così come l’ho vissuta, compreso il rito finale del latte caldo al bar dopo l’allenamento. In realtà nel sogno è perfino più grande: dalla tribuna alla vasca è un “viaggio”, l’ambiente onirico è dilatato e se da un lato è esteticamente gradevole, dall’altro mette soggezione. Questo può spiegare il legame che ho e quello che provo nel vedere quello sconcio. Certo, prima o poi (più prima o più poi?) ci sarà la vasca olimpica nell’ex area Aermacchi e parte dell’attività del nuoto cittadino è/sarà ospitata dalle strutture della Robur Et Fides. Ma non si può sfregiare la memoria in questo modo: la struttura già da tempo gridava vendetta per la scarsa manutenzione e per il look esterno trasandato: qualche anno fa mi è capitato di tornare a nuotare là dentro e sono inorridito. Alla fine di tutto queste mi restano anche un paio di interrogativi che vi sottopongo: scommettete che passerà un’eternità prima che lo stabile sia convertito in impianto per il volley? Perché a Varese i tempi del “fare” sono biblici e bisogna spesso passare per le forche caudine della fatiscenza? La giunta varesina, a cominciare dall’assessore Malerba, sia dunque condotta al cospetto del Conte Ugolino per i provvedimenti del caso.