Pope Corner

COERENZA

PAOLO COSTA - 09/07/2026

«Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti».

Sono le prime parole di papa Leone a Lampedusa, in concomitanza con il 250° anniversario dell’Indipendenza americana. Nella circostanza il primo pontefice Usa ha preferito percorrere i sentieri di papa Francesco: poteva mai dare manforte a un’amministrazione che sta arroccando il Paese e che ha cancellato gli aiuti umanitari internazionali? Eppure la scelta, nonostante i connotati di provocazione, non è stata fatta col pensiero rivolto soltanto a Trump. Leone ha infatti sempre avuto un interesse molto forte per le tragedie causate dalle migrazioni. E quello che ha detto nell’omelia del 4 luglio non è altro che una ripresa dei suoi precedenti interventi sul tema, durante i quali non ha mai mancato di sottolineare con forza il concetto che ogni uomo è figlio di Dio. Letti nella loro complessità, si tratta di messaggi che non appaiono riducibili a schemi e che ci offrono una valutazione del fenomeno nei suoi vari aspetti. Cominciamo dal recente viaggio in Africa.

L’11 giugno, al Porto di Arguineguin di Las Palmas, rivolgendosi agli ospiti di un campo aveva detto: «Non siete numeri! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alla spalle, con sogni che nessuno ha diritto di disprezzare». All’Università Cattolica del Camerun, il 17 aprile, Leone aveva invitato i giovani «a servire il proprio paese» e a non lasciarsi indurre «a pensare che altrove si possa facilmente trovare un futuro migliore». E ancora ad Arguineguin è tornato sul concetto del «diritto di non dover emigrare». «Il diritto» ha detto «di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». Subito dopo non ha rinunciato a puntare il dito contro le «mafie che trafficano nella disperazione, i trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini».

Così, riannodando i fili dei diversi discorsi, si comprende come tutto il percorso che riguarda i migranti sia stato affrontato dal papa con un’attenzione rivolta a quanto avviene nei paesi d’origine fino a quelli di arrivo. Nei quali – ha più volte ricordato il pontefice – è urgente realizzare reali e concreti programmi di integrazione. Occorre poi considerare le interviste all’esterno di Castel Gandolfo o sull’aereo durante i viaggi apostolici, con domande spesso insidiose alle quali una risposta è comunque dovuta. Capita perciò che al papa venga sollecitato un giudizio sulla “remigrazione” e che lui non sottraendosi la definisca senza tentennamenti «una risposta non cristiana». In casi come questo non è possibile argomentare, spiegare, comunicare il pensiero attraverso il ragionamento. Ma anche stavolta il messaggio è chiaro: non accogliere chi ha bisogno non può assolutamente diventare un progetto politico. Aveva detto il papa durante il viaggio alle Canarie: «Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tali fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Un interrogativo ripreso anche il 3 luglio (nel messaggio per i 250 anni Usa) e il 4 luglio a Lampedusa per essere indirizzato a Stati Uniti ed Europa, chiedendo loro un riscatto a favore della promozione dello sviluppo e del benessere dei Paesi poveri.