Si è definito “figlio di Agostino” e sarà il primo Papa a recarsi nella terra che diede i natali al santo di Ippona. Il viaggio che lunedì Leone XIV intraprende in Algeria giunge in un momento storico in cui l’unico linguaggio parlato dai potenti del mondo è quello delle armi e la strada della diplomazia sembra considerata un inutile orpello.
Dialogo e pace che invece papa Leone ha continuato a chiedere con convinzione nelle omelie e nelle riflessioni della Settimana Santa. “Armi disarmate“ che il Pontefice porterà con sé nel lungo viaggio di ben dieci giorni in terra africana. Sarà poi la volta della Spagna a giugno, degli Stati Uniti e Messico a Settembre, dell’Argentina e Uruguay a novembre. Come San Giovanni Paolo II anche Leone XIV pensa che la conoscenza diretta tra le persone sia essenziale per la ripresa di un dialogo.
Proprio l’Algeria d’altro canto è stata teatro di una sanguinosa guerra civile le cui pesanti eredità sono riscontrabili ancora oggi: un lungo conflitto interno cominciato nel 1992 – data di un colpo di Stato militare – che ha visto contrapposti le forze armate governative a gruppi di miliziani islamici e terminato solo con l’elezione del presidente Bouteflika.
Un “decennio nero”, come è stato denominato dagli storici, che ha causato almeno 150mila vittime, compresi un centinaio di imam e diciannove religiosi e religiose cristiani che avevano scelto di restare in Algeria.
“Leone XIV è stato eletto nel giorno della loro festa liturgica” osserva il vescovo della capitale Jean Paul Vesco “Nel suo messaggio del 1° gennaio per la Giornata mondiale della Pace, il Papa ha citato una frase di Christian de Chergé, priore dei monaci di Tibhirine rapiti e decapitati nel 1996 nel nord del paese : “Signore, disarma lui, disarma me, disarma noi”.
Proprio quella vicenda, resa nota al grande pubblico dal bel film “Uomini di Dio”, costituisce un esempio illuminante della esperienza della Chiesa in Algeria e che domanda: “Come si fa ad essere cristiani in un contesto in cui la maggioranza la pensa diversamente?”
Il modello è quello di una Chiesa semplice, che cerca il dialogo, esce dalla sua casa e va verso l’altro, che è animata dal desiderio di costruire accettando l’alterità di chi incontra.
La storia dei martiri di Algeria è al centro di una mostra che sta girando l’Italia dopo essere stata in Francia e negli Stati Uniti. Si intitola “Chiamati due volte” ed è realizzata dalla Fondazione Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana. Già presentata al Meeting di Rimini nell’edizione dello scorso anno, attraverso filmati, pannelli e testimonianze inedite restituisce il racconto di una esperienza di amicizia e di pace con il mondo islamico. Un’idea radicalmente dissonante rispetto al “can can” bellicistico che ci assedia in modo sempre più asfissiante, anche con rigurgiti di logoro “cristianismo” pseudo-apocalittico.
La vera questione è capire perché i monaci ma anche gli altri religiosi uccisi, tra cui un vescovo, decisero di rimanere in Algeria nonostante le pressioni da ambo le parti a tornare in Europa. Nella mostra è ben raccontato il rapporto che molti di quei monaci avevano intessuto col popolo algerino di fede musulmana e che si è sviluppato in una trama di amicizia e di opere (scuole,dispensari,biblioteche) da cui e’ scaturito anche il dialogo strettamente religioso. L’arma disarmata è stata una amicizia non un discorso.