Pensare il Futuro

MATERIE PRIME

MARIO AGOSTINELLI - 10/04/2026

Nel 2014 Papa Francesco parlò di «guerra mondiale a pezzi». Oggi quella formula risuona come una diagnosi: Ucraina, Gaza, Sudan, Iran; l’Artico che si militarizza, la Groenlandia insidiata. Conflitti connessi tra loro che ridisegnano, a colpi di shock, una geografia globale in crisi d’identità. La guerra costa: vite e memorie, legami e futuri; costa denaro per distruggere e ancor più per ricostruire; costa ambiente, perché lascia in eredità macerie e veleni che s’infilano nella pelle della Terra. Gaza, con oltre 60 milioni di tonnellate di detriti intrisi di amianto, ordigni inesplosi e resti umani, è solo il simbolo più atroce di una scia tossica che durerà decenni. E tra i costi c’è anche quello, occulto ma decisivo, delle materie prime.

La doppia transizione – energetica e digitale – richiede una fame crescente di minerali critici: estrazioni energivore, lavorazioni inquinanti, nuove ferite socioambientali e vecchi rapporti neocoloniali. Ma la vera cerniera del nostro tempo è un’altra: la convergenza tra arsenali di guerra e transizione ecologica. Cosa c’è in un drone, in un Patriot, in un F-35? Litio, nichel, cobalto, terre rare, titanio, tungsteno, gallio, grafite, silicio, alluminio. Gli stessi ingredienti che alimentano pale eoliche, pannelli solari e batterie. Così la transizione energetica e la transizione bellica si contendono gli stessi minerali e, con essi, il potere di definire le priorità del XXI secolo: o si concentrano risorse per distruggere, o si distribuisce salute, lavoro, diritti.

Mettiamo a fuoco la questione: la militarizzazione delle catene di approvvigionamento dei minerali critici rischia di spezzare percorsi di sviluppo sostenibile faticosamente costruiti. Gli usi militari dei minerali hanno da tempo influenzato quali materiali siano “critici”, ma questo fattore è tornato centrale con l’aumento dei conflitti, il rapido riarmo e le tensioni geopolitiche. La spesa militare globale ha raggiunto 2.720 miliardi di dollari, il più forte incremento dalla Guerra Fredda e quasi cinque volte gli investimenti pubblici nelle tecnologie low-carbon. Nel frattempo, si moltiplicano scorte strategiche, liste di materiali “per la difesa”, partenariati e accordi di accesso nelle aree estrattive. In altre parole: è l’agenda della sicurezza a definire cosa è “critico”, più del Green Deal europeo o della sete cinese di transizione.

Questo orientamento si traduce in procedure veloci, opache, poco attente a tutele sociali e ambientali. Non è una novità: già nella Prima guerra mondiale l’interruzione delle rotte coloniali rese “critici” nitrati, rame, stagno, tungsteno, petrolio, inaugurando scorte statali e leggi di stoccaggio come negli USA e nell’URSS. Nella Seconda guerra mondiale Washington attingeva a 53 Paesi; poi la Guerra Fredda consolidò un controllo minerario che ridefinì alleanze e dipendenze in un conflitto di priorità che rischia di svuotare di sostanza la promessa ecologica.

Le conseguenze si scaricano, ancora, sul Sud Globale. Circa quaranta Paesi ricavano oltre un quarto delle entrate dalle esportazioni minerarie; dove si scava, l’intensificarsi della domanda militare sposta l’asticella: deroghe, corsie preferenziali, controlli più laschi. Il risultato è un’estrazione più rapida e più sporca, con comunità locali ed ecosistemi a pagarne il prezzo. E mentre le guerre contemporanee richiedono tecnologie ad altissima intensità minerale – droni, armi ipersoniche, sistemi a energia diretta, avionica avanzata, semiconduttori – il controllo delle catene di fornitura diventa il nuovo fronte.

Ecco perché l’Artico è tornato crocevia di appetiti: militarizzato e ricco di risorse, è nelle mire di  Donald Trump che in Groenlandia cerca terre rare “pesanti”: disprosio e terbio, magneti per caccia, missili, ma anche pale eoliche e auto elettriche. Non è un caso se la Casa Bianca aveva già bollato la dipendenza estera per 35 minerali come “emergenza nazionale”. Oggi si combattono guerre per garantirsi minerali che servono, in primo luogo, a fare altre guerre in concorrenza con unba transizione energetica e digitale che già di suo consuma molto.

La posta in gioco è netta. Se lasciamo che siano le urgenze belliche a dettare la gerarchia dei materiali “critici”, la transizione ecologica diventa un’appendice: meno regole, più segretezza, filiere militarizzate. Ma la transizione funziona solo se restituisce vita, salute e lavoro, se ridistribuisce potere e benefici. Servono scelte politiche trasparenti: criteri di criticità che includano impatti ambientali e diritti umani, investimenti pubblici nelle tecnologie pulite almeno comparabili alla spesa militare, accordi internazionali che mettano al centro riciclo, efficienza, riduzione della domanda, responsabilità lungo l’intera filiera. La Guerra mondiale a pezzi non deve contrastare la nostra transizione energetica a pezzi. I minerali critici servono a costruire resilienza climatica, non a seppellirla sotto nuove macerie.