Alle spalle il referendum con la netta vittoria del NO, è tempo di discutere delle prossime elezioni politiche e delle sfide che comportano.
Il centrodestra avrà qualche inevitabile problema di intesa programmatica ma non ne avrà per la leadership saldamente nelle mani di Giorgia Meloni. Dovrà probabilmente risolvere alcune tensioni già emerse sulla eventuale riforma del sistema elettorale, tuttora in discussione, ma non è affatto un ostacolo insormontabile. Sarebbe molto importante se, a questo proposito, un accordo fosse trovato con un’ampia parte delle opposizioni puntando ad un sistema di voto che possa reggere per tanti anni come accade in quasi tutte le democrazie del mondo, ipotesi che purtroppo non pare una priorità del governo.
Gli ostacoli più seri e scivolosi sono invece sulla strada del polo dei “progressisti” pur avendo vinto il referendum. Sarà in grado di riconquistare il voto politico di molti che hanno scritto NO? Si tratta di ascoltarli e di capire le ragioni del loro precedente astensionismo. Prima di tutto bisognerà mostrare una convinta solidità di coalizione.
Sul programma, il punto decisivo e insidiosissimo è la politica estera, in particolare il rapporto fattivo nella difesa dell’Ucraina dall’aggressione russa. Il Pd non potrà cedere su questo punto sia per rispettare l’alleanza europea di cui fa parte sia per non spaccarsi letteralmente a pezzi.
Prima domanda: c’è una soluzione a questo problema che ha fin qui diviso la coalizione progressista? Paolo Mieli sul Corriere dice di sì e lancia l’idea di lasciare la leadership a Conte. Il motivo è che ha già dimostrato un’altissima flessibilità guidando il governo nella stessa legislatura fra il giugno 2018 e il gennaio 2021, prima con la Lega e poi con il Pd. Anzi, avrebbe già cominciato ad indossare l’abito delle ricorrenze europeiste e ad addolcire i toni con l’Ucraina.
Seconda domanda: ma sarebbe fattibile Conte leader della coalizione con il Pd primo partito a cui spetterebbe, secondo un comune standard, la presidenza del Consiglio? Perché mai tagliare fuori Elly Schlein?
Una variante potrebbe essere rappresentata, come suggerisce Rosy Bindi, da un terzo nome come fu con Romano Prodi vincente due volte (1996 e 2006) alle elezioni contro Berlusconi. Ma chi sarebbe oggi questa personalità, e quali garanzie darebbe di capacità governative ed operative? Difficile sarà trovare un altro Draghi, per fare il nome storicamente più vicino.
L’ipotesi delle primarie di coalizione è dunque, ad oggi, da non scartare affatto con la partecipazione di Schlein, di Conte, e di altre personalità. Certamente mobiliterebbe un gran numero di persone ai gazebo. Ma la condizione necessaria è che sia stato trovato almeno un programma di base dai contorni ben definiti. Altrimenti le primarie rischiano di aggravare le crepe e le tensioni laceranti anche nella potenziale base sociale. Questa volta il mantra “prima il programma”, è più che mai non aggirabile.
Tanti dubbi in questa fase e una sola certezza: gli italiani vogliono anzitutto parlare e sentire parlare di lavoro, scuola, sanità, immigrazione e sicurezza nel pieno rispetto della Costituzione. L’imperativo per tutti è tenere in mente la lezione referendaria.