Editoriale

SERENDIPITY

MASSIMO LODI - 10/04/2026

Ormai è chiaro: Meloni ha deciso. Niente rimpasto, niente premierato, niente elezioni anticipate. Dopo la sconfitta nel referendum, punta sull’immobilismo che paga. Ferma lì, al governo, nell’attesa che il tempo -di qui al voto del ’27- trascorra senza causare over/danni. La legge elettorale, essa sì essa sola, potrebbe venir cambiata. Anzi, dovrebbe, per avere chances di replicare l’anno venturo la vittoria del ’22. Ma zero d’ulteriore. E già non sarà uno scherzo trovare la quadra tra partner su tal provvedimento-cardine, visto il pensarla diversamente di FdI, Lega, FI. Quanto al concertare il ritocco (un signor ritocco) con l’opposizione, vale pensarci, ma fino a un certo punto. Se uno straccio d’intesa non s’individua, avanti lo stesso. Il risultato verrà. Per intanto viene, da destra, una sensazione d’imbarazzo che l’indaffararsi obbligato sulla gran questione economica -figlia della gran questione bellica- non riesce a nascondere.

Se ne dovrebbe immaginare un vantaggio a sinistra. Fantasia sprecata. A sinistra rifiutano d’avvantaggiarsene. Caso mai mirano a penalizzarsene, com’è nella natura d’un fronte seminatore nella storia d’harakiri formidabili: a differenza degli avversari, che marciano divisi riuscendo infine a colpire uniti, costoro marciano divisi riuscendo a dividersi ancor meglio/peggio al momento di colpire. Prendiamo la storia del candidato da promuovere leader alternativo di Meloni, cioè del pretendente a Chigi qualora l’alleanza vincesse le elezioni. 1) Logica vorrebbe quanto segue: si evita di scannarsi alle primarie, vien concordato tra i capipartito il nome da promuovere, risulta naturale avere una speciale/determinante attenzione verso il segretario del partito di maggior consenso popolare. Ovvero del Pd. 2) Realismo vuole quanto segue: ci si accinge alla sfida delle primarie, lo scontro fra i concorrenti s’annuncia aspro, appariranno di poca credibilità le rinunce ai personalismi dopo che i personalismi avranno occupato a gomiti alzati la ribalta del confronto. 3) Epilogo: al voto che determinerà il vincitore tra destra e sinistra, avremo in campo una sinistra di maggior debolezza rispetto a quella che si presenterebbe senza il gravame (le scorie) della competizione fratricida. Di conseguenza, la destra godrà d’una rendita di posizione: lo zic, e anche più dello zic, di vantaggio acquisito stando ferma a guardare i rivali che si muovono. Pare fantascienza, e invece no: siamo qui, terra terra, nel mondo assolutamente vero del progressismo incapace di progredire dentro di sé. Non pago, questo mondo, d’aver favorito quattro anni fa, spaccandosi, la vittoria dell’underdog, cerca ora d’ingegnarsi nel tragicomico bis. Sordo all’appello rivoltogli da milioni di frequentatori delle urne referendarie, stufi d’esser governati male, solleciti a chiedere d’esserlo bene. E pronti a rinfoderare le accuse di cui sopra, se capiterà un caso di serendipity, la fortuna di un’inattesa e felice scoperta. Sono ancora in tempo, Schlein Conte e soci, a stupirci. Soprattutto Conte.

ps

L’ultima notizia è la disponibilità di Silvia Salis (sindaca di Genova, nella foto in mezzo a Schlein e Conte), a essere designata come l’anti-Meloni. Ovvero la candidata a premier del centrosinistra. Ma non attraverso le primarie, bensì per decisione corale dei leader di partito. Occasione da valutare bene, prima di finir  male tra una lite e l’altra. Un possibile caso di “serendipity”? Ah, saperlo.