
Ogni giorno d’estate alle 18 in punto a Ravenna, davanti alla tomba di Dante Alighieri, chi lo desidera può cimentarsi nella lettura di un passo a scelta della Commedia. La originale iniziativa s’intitola “L’ora che volge il disìo” ed è stata lanciata dal Comune nel 2021 in occasione del settecentesimo anniversario della morte del Poeta: in ogni parte del mondo i 1810 iscritti al sito Viva Dante assistono alla lettura collegandosi in streaming su You Tube. Così la città celebra ogni giorno l’universalità del capolavoro dantesco che, secondo Giovanni Pascoli, fu interamente concepito in Romagna quasi che l’autore volesse sdebitarsi per l’ospitalità ricevuta. Ravenna offrì infatti a Dante ricovero e serenità mentre Firenze, la patria ingrata, lo bandì a vita e spiccò sulla sua testa una condanna a morte.
Giovanni Pascoli era anche convinto che la foresta oscura in cui Dante si ritrovò nel mezzo del cammin della vita fosse la pineta di Classe che cinge Ravenna da due lati, a nord verso Venezia e a sud verso Rimini. Le profumate conifere “dalle gigantesche braccia” si estendono per sette miglia lambite dal mare e sulle orme di Dante vi passeggiò il devoto Boccaccio che ricopiò tre volte la Commedia contribuendo a renderla celebre. Secoli dopo, vi cavalcò invece l’inglese lord Byron che a Ravenna visse due anni e ogni mattina, passando davanti alla pur misera cupoletta in cui il Poeta è sepolto, si toglieva il cappello per rispetto.
Il richiamo che da secoli attira i visitatori italiani e stranieri nell’antica capitale bizantina è legato all’ultimo scampolo della vita del “ghibellin fuggiasco” e ai suoi misteriosi risvolti. È il 1318 e Dante lascia Verona per Ravenna forse chiamato da Guido Novello da Polenta per occupare la cattedra di retorica. Non vive a corte ma in una casa privata che mantiene impartendo lezioni di poesia latina e volgare e qui lo raggiungono i figli Jacopo, Antonia e Pietro, sposato, con la moglie e i nipotini. Finalmente può godere di una dignitosa vita privata, in mezzo ai propri cari, senza dover elemosinare accoglienza peregrinando da una corte all’altra. La politica non lo interessa più, è deluso e amareggiato. L’unica speranza di potere rientrare a Firenze è legata alla gloria che può procurargli la Commedia e ha fretta di completare le parti che mancano al Paradiso.
Non ha molto da vivere. Contrae la malaria attraversando le malsane paludi del litorale adriatico – forse proprio la pineta che da allora è legata al suo ricordo – mentre torna da una missione diplomatica a Venezia. Giunge a Ravenna febbricitante. I medici si affannano al capezzale ma non c’è nulla da fare. Muore la notte fra il 13 e il 14 settembre 1321. Ha da poco compiuto cinquantasei anni e viene sepolto con tutti gli onori, la veste lunga, la corona d’alloro intorno al capo e un lungo corteo di notabili al seguito.
Boccaccio riferisce un ultimo contrattempo che coinvolge a quel punto la Commedia. Pochi giorni dopo la morte del padre, i figli Jacopo e Pietro riordinano i fogli del poema e si accorgono che mancano tredici canti del Paradiso. Mettono a soqquadro la casa, cercano fra le carte e in ogni posto, invano. Hanno la certezza che il padre li ha scritti ma nessuno, anche tra gli amici più stretti, sa dove siano finiti. Ci vorranno otto mesi perché Jacopo scopra in una nicchia i rotoli che mancano quando il padre gli appare in sogno indicandogliela. Un ritrovamento miracoloso. Ma reale? Oppure si tratta di una leggenda, di una finzione letteraria, magari dell’invenzione dei figli che trascrivevano e divulgavano le pagine del padre?
L’enigma è ben più ampio e misterioso. Nessuna pagina autografa di Dante è finora mai stata trovata, non il manoscritto della Commedia, non gli originali delle opere minori. Esistono ancora? E dove sono finiti? È possibile che nessuno abbia conservato qualche suo scritto, per esempio Guido Novello da Polenta e Cangrande della Scala che pare ricevessero i canti in visione man mano che il Poeta li finiva? È verosimile che tutti gli originali siano andati perduti e si siano salvate soltanto le trascrizioni? Che nessun amico abbia conservato almeno una lettera, una testimonianza epistolare del rapporto con Dante? In assenza di ragionevoli certezze sono state avanzate molte ipotesi. Forse la Chiesa provò a eliminare ogni traccia della Commedia colpevole di aver spedito all’Inferno numerosi papi. Il tentativo di censura non stupirebbe, tenuto conto che il cardinale Francesco Bernardo del Poggetto accusò di eresia e mandò al rogo il De Monarchia perché difendeva l’indipendenza imperiale dal potere ecclesiastico.
Altre ipotesi via via prese in considerazione: il manoscritto autografo della Commedia potrebbe essere finito in un piccolo archivio parrocchiale tra Ravenna e Verona dove nessuno lo ha finora trovato o in qualche inesplorato scriptorium monastico. Potrebbe essere “disperso” nello sterminato giacimento della Biblioteca Vaticana o nascosto nel palazzo dei papi di Avignone all’epoca della “cattività”. O infine occultato dai frati minori di Ravenna nelle mura del convento francescano che sorge accanto alla tomba del Poeta: anche se ricerche svolte in loco perfino con il supporto di una sensitiva non hanno dato esito. Insomma si spera che il prezioso originale della Commedia esista ancora e siccome la speranza è l’ultima a morire, prima o poi, da qualche parte, potrebbe saltar fuori.