Giovanna Salvioni, Antropologa, Etnologa, Docente di Antropologia Culturale presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è parte del Comitato scientifico del Museo Castiglioni di Varese.
Professoressa Salvioni, per “rompere il ghiaccio”, partirei da una frase ogni tanto attribuita a Woody Allen: “Filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”. Le domando, parafrasando un po’, a che cosa serve l’antropologia?
Simpatica battuta ma, come sappiamo, la filosofia e le ideologie hanno il potere di cambiare, a volte drasticamente e non sempre positivamente, il mondo. L’antropologia culturale, comprendendo anche l’etnologia che è dedicata alle culture tradizionali più antiche del pianeta, lascia certamente una traccia in chi le si accosta; il mondo non cambierà di botto, ma cambierà l’idea che se ne ha e soprattutto si rafforzerà la consapevolezza che il genere umano è fatto di uguali.
Su questo punto, può farci un esempio concreto?
Una delle forme più tenaci di pregiudizio razziale è quella che rende miserabile e precaria la vita delle comunità Rom, ossia degli “Zingari”. La recente e pur in qualche modo motivata campagna contro le borseggiatrici dei mezzi pubblici cittadini ne è un esempio. Le borseggiatrici, soprattutto giovani donne ben mimetizzate, vengono spesso malmenate senza pietà, e pochi riflettono sul fatto che un popolo dimenticato dalle istituzioni, come il popolo Rom, debba inventarsi di tutto per sopravvivere. L’ottica dell’antropologia invita, come molto spesso mi hanno dimostrato i giovani, all’incontro e alla comprensione, oltre che all’aiuto.
Consiglierebbe mai ad un neo-diplomato di intraprendere lo studio dell’antropologia. E perchè?
Consiglierei a tutti i giovani, e anche ai giovanissimi, l’incontro con l’antropologia. Studiare i modi in cui i gruppi umani presenti sulla Terra, e non solo quelli che si definivano “primitivi”, hanno organizzato e organizzano la loro vita materiale e i loro mondi simbolici e spirituali, apre orizzonti inaspettati e aiuta a ritrovare nell’Altro la nostra stessa umanità. L’antropologia è un viaggio che inizia da “noi” non solo per andare verso “l’altro” ma per tornare poi a “noi” con più grande consapevolezza. Il valore aggiunto di un procedimento conoscitivo di tipo antropologico sono anche i legami d’amicizia che lo studio e il contatto creano sempre. E c’è anche altro. Cercare, studiare insieme ci fa riconoscere reciprocamente come pari e come fratelli.
Partendo dal libro “Abbiamo ancora bisogno della storia?” di Serge Gruzinski, a suo avviso che ruolo gioca l’antropologia per capire il nostro mondo connesso?
Il mondo contemporaneo spesso dimentica che sulla Terra coesistono molte altre realtà oltre la sua: realtà antiche, spesso egualitarie, a volte difficili, ma con tutto il diritto di essere conosciute e rispettate. L’estrema specializzazione dei saperi, soprattutto tecnici e scientifici, ha portato la civiltà di tipo occidentale a vivere spesso una vita a metà, trascurando il dialogo con le conoscenze che ci fanno riappropiare del passato. L’antopologia, con la sua ricerca che si avvale di tante discipline diverse, prova a restituire almeno in parte alle culture umane l’immagine della loro complessa interezza. La cultura, le culture umane, non sono fatte di settori separati, ma, che ne abbiamo coscienza o no, di un fluire perenne ed interconnesso.
In che cosa spera per il presente e per il futuro?
In questi giorni mi risulta difficile sperare. Personalmente, ma come per milioni di altri cittadini, non c’è momento della giornata in cui non pensi che mentrudio, cucino, incontro persone amiche, in altri paesi del mondo continuano le distruzioni, muoiono piccoli e grandi, comprendendo anche i giovani soldati di ogni parte in guerra. Folle di persone affamate chiedono cibo, attendendo ammassate per ore; ospedali, scuole, istituzioni culturali vengono brutalmente cancellate, non dimendicando le sofferenze della natura e degli animali. Eppure ci sono tanto bene e tanta bellezza sulla Terra. Tante sorprese quando si studia l’umanità. Citerò un piccolo esempio che non è incongruente. I Peuls, Fulani, o Fulbe, popolo dell’Africa subsahariana celebrano una loro gaia festa, la Gerewol, in cui per giorni i giovani maschi, abbigliati e truccati come le donne, danzano per un pubblico costituito dalle fanciulle del villaggio che scelgono allegramente i loro partner. La festa culmina in una serie di matrimoni “a tempo” che dopo un certo periodo potranno sciogliersi o continuare. L’antropologia mette bene in luce come, a differenza di quanto spesso succede nelle nostre società “evolute”, la vita sessuale e “il genere” per i Peuls non siano mai occasione di sofferenze, di sanzioni, di esclusione, ma di semplice divertimento e coesione sociale nello scambio dei ruoli. Oggi è difficile sperare, ma uno sguardo alle più varie tradizioni delle tante comunità umane può aiutarci: dalla più remota preistoria l’uomo si è qualificato soprattutto come costruttore, di cose e di senso. Ricordiamolo.