Cultura

NELLA NORMA

RENATA BALLERIO - 11/07/2025

Per i concerti del luglio 2020 a La Scala, riaperta dopo 133 giorni, erano stati ammessi soltanto seicento spettatori, tutti ben distanziati e con mascherina. Chissà se in questo caldo luglio il pubblico desideroso di ascoltare il ritorno sulle scene scaligere, dopo quarantotto anni, della Norma di Vincenzo Bellini, ha ricordato la paura provocata cinque anni fa dalla prima ondata del Covid.

Difficile a dirsi. Tutto sembra ritualmente normale: babele linguistica dei numerosi turisti presenti nel teatro meneghino, con l’arlecchinata di outfit, dalla falsa e pacchiana eleganza alla signorile discrezione, un mix di curiosi e di appassionati colti. Sicuramente c’ è per tutti senso di attesa. Chi innamorato dell’eroina belliniana si aspetta una risposta a certi articoli dai titoli devianti, o per lo meno riduttivi. A La Scala ritorna – si è letto –  la guerra, e persino la politica. Certamente nel capolavoro del trentenne Bellini i Galli vogliono liberarsi dalla dominazione romana. Ma l’opera è molto di più della struggente storia di una sacerdotessa e veggente, dibattuta tra l’amore per il suo popolo e l’amore per un Romano.

È soprattutto il ritratto di una donna a tutto tondo: madre, amante, figlia attraversata da un’infinità di sentimenti, rabbia, impegno nel calmare gli animi di chi vuole da lei risposte su come combattere gli odiati Romani, amore viscerale e totalizzante per un uomo che l’ha allontanata dai suoi doveri, divorante gelosia e – infine – un  estremo e sacrificale senso di responsabilità. E poi c’è l ‘inevitabile attesa di chi pensa che non ci possa essere altra Norma se non quella cantata dalla Callas, che la interpretò ben novantadue volte dal 1940 al 1965, e che aspetta il soprano di turno alla prova in quegli ottonari con flauto e oboe. La intonerà in Sol maggiore o in fa secondo il desiderio della grande Giuditta Pasta, nata a Saronno, per la quale nel 1831 Bellini modellò la parte della sacerdotessa dei Druidi, come ben spiega nel ridotto de La Scala il varesino Fabio Sartorelli, bravo musicologo e spumeggiante affabulatore?

Ma c’è anche l’attesa di chi sa bene che Norma non è soltanto la celeberrima cavatina di Casta Diva e che aspetta i cori dolorosamente drammatici e i fraseggi orchestrali. E chi aspetta la resa della regia che, secondo una tendenza sempre più diffusa, ha cambiato anche per questa rappresentazione scaligera l’ambientazione: dalla storia romana al Risorgimento milanese, dalle selve dei Druidi con il loro tempio al tempio della cultura, appunto il teatro de La scala che troneggia scenograficamente sul palco.

In tutta questa gamma di attese a qualcuno degli spettatori sarà venuto in mente il bellissimo racconto di Dino Buzzati, intitolato: Paura alla Scala. Il geniale scrittore-giornalista – vero cronista dell’animo umano – trasformò il racconto di una serata di maggio a La Scala in una potente analisi di una irrazionale ansia collettiva. Pare che Arrigo Benedetti, direttore dal 1945 de l’Europeo, gli avesse suggerito di prendere spunto dall’attentato del 14 luglio del 1948 a Palmiro Togliatti con la conseguente paura di molti borghesi di una possibile rivoluzione comunista.

Buzzati non fa menzione dell’evento ma immagina in un crescendo di tensione il comportamento nevrotico di chi, proprio a La Scala,  durante la rappresentazione di un’opera, significativamente intitolata La Strage degli innocenti, teme un assalto rosso. Che ovviamente non si realizzò. Avremmo davvero bisogno che un nuovo Buzzati con il suo sapiente realismo surreale raccontasse una tranquilla serata a La Scala in questo luglio 2025. Non c’è bisogno di recensioni critiche – molte ne sono state pubblicate – per  evidenziare i fischi alla regia ma sarebbe utile avere una cronaca alla Buzzati di uno stato d’animo collettivo. La regia affastella in modo confuso idee non banali, come quello di mettere sullo sfondo anche un sipario con il teatro de La Scala profanato dai bombardamenti del 1943. La guerra è sempre folle profanazione. Ma forse non ne abbiamo abbastanza sdegno. Anche se tardivamente La Scala si è schierata e cerca di smuovere le coscienze. Prima della rappresentazione di Norma proietta “Cessate il fuoco”, Stop the war e una frase dal Simon Boccanegra, E vo gridando pace, e vo gridando amor… In sala il pubblico di luglio rimane per lo più in silenzio. Paura alla Scala o indifferenza di chi sta in una bolla rassicurante, come nella magia del bel teatro milanese? Eugenio Monrale in una poesia scrisse: Siamo ai primi di luglio e già il pensiero è entrato in moratoria. Forse la nostra moratoria è drammaticamente e vergognosamente più durevole.