Lo scandalo non è il fine vita. Discutere del fine vita. Lo scandalo è il fine voto. Discutere del fine vita -ammesso che se ne discuterà- dopo il voto. Dopo il voto per il rinnovo del Parlamento, dunque del governo e in prospettiva del presidente della Repubblica. Primavera o autunno ’27. Eccolo, l’obiettivo: guai ad affrontare la questione dell’addio medicalmente assistito. Ci si potrebbe alienare il consenso d’importanti fasce d’elettorato, demagogicamente assistito.
Questa è la nostra classe politica, questo il suo sentire sociale. Questi siamo noi: privati d’una legge nazionale sulla materia, consegnati in qualche regione (Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Sardegna. In stand by Lombardia e Umbria) a decisioni locali, e per il resto nelle mani del destino, qualunque esso sia. Il destino geografico, il destino quattrinario, il destino destino. Casualissimo. Né vale accampare motivazioni religiose: la sacralità dell’esistenza, valore non negoziabile mai e figuriamoci dalla Chiesa, risulta affatto ostativa alla pìetas. Che la Chiesa ha manifestato, manifesta, manifesterà. A difesa di chi è vittima, prima che d’una specifica malattia, dell’assolutismo della sofferenza, dell’imperio della solitudine, della tirannia dell’abbandono.
La Chiesa è lì, è qui, per dialogare. Confrontarsi. Unire spiritualità universale e infinite esigenze singole. Afferma compassione e misericordia. Nega arbitrio e caos, quando non profittamenti e soprusi. Però, sul fine vita e auspicando interlocutori affidabili, sussurra da tempo un argomentare evolutivo, a differenza dell’involutiva chiacchiera della politica. Che promette senza mantenere. Dando liceità a un mostro: il federalismo delle cure, quando le cure sono arrivate all’ultima svolta. Il fine vita, dal Papa a scendere, non rappresenta un tabù. Rappresenta un immenso problema -non solo di dottrina- da affrontare col realismo della saggezza millenaria. Il fine voto, da chi riveste alte cariche istituzionali e di partito a scendere, risponde al piccolo tornaconto, salvo eccezioni rare. Esenta dal pensare grande, intimo, lontano, ecumenico. L’opposto dello stigma di fratellanza che dovrebbe cucire nos omnes, e che su un tale argomento ci cuce assai più dell’immaginabile. Ma la politica non si fida (non si fila un tal filo comunitario): teme la propria fragilità, ignorando la forza che l’anima popolare possiede quando in gioco c’è il suo profondo significato.
Da una stagione legislativa all’altra lo scandalo si perpetua. Non è il fine vita. È il fine voto. Il voto come fine supremo. In coscienza (diamo retta al dono della coscienza): la più inguaribile delle malattie, nel Paese affetto da cronica obliquità. Machiavellicamente assistito.