La strada verso le elezioni di medio termine in America è ormai tracciata. Mancano meno di due mesi al voto che rappresenta il giro di boa dell’amministrazione in corso. La storia racconta che l’inquilino della Casa Bianca dopo due anni di mandato molto spesso esce malconcio dalle urne. Succederà anche stavolta? È molto probabile. La media dei sondaggi certifica il tasso di approvazione di Donald Trump intorno al 32%, al minimo storico, appesantito dalla guerra in Iran e dagli effetti del caro-petrolio. E al di là del presidente, un risultato deludente potrebbe mettere a rischio anche il controllo repubblicano della Camera. Ma di questo il tycoon non sembra preoccuparsi e continua la sua battaglia personale praticamente contro tutti. La guerra in Iran vive uno stallo chiarissimo: è il campo a parlare. Invece, vale la pena ricordarlo, Trump aveva dichiarato che la guerra con l’Iran era “una cosa di poco conto” e “non un grosso problema”.
A dargli manforte, penosamente, il vicepresidente JD Vance, secondo cui il conflitto in corso non è una guerra. Perché non ci sono scambi a fuoco tra le forze militari in campo. Non ci sono “sparatori attivi” ha precisato. Ci pensa lui a sparare fesserie negando la realtà. Vaglielo a dire ai consumatori americani che stanno facendo i conti con i devastanti effetti del conflitto con Teheran. Il prezzo del diesel negli Stati Uniti ha raggiunto un nuovo massimo storico di 5,85 dollari al gallone, secondo gli ultimi dati dell’American Automobile Association: è aumentato del 55% rispetto al 27 febbraio, il giorno prima dello scoppio del conflitto con l’Iran, quando era di 3,76 dollari al gallone, mentre il prezzo della benzina è aumentato di quasi il 40%. Secondo GasBuddy, società che monitora i prezzi di benzina e diesel, il costo del diesel è importante perché questo carburante fornisce l’energia necessaria al funzionamento di treni, trattori e camion, i principali motori dell’economia statunitense. E la maggior parte degli analisti non prevedere alcun miglioramento nell’immediato futuro.
Al contrario di quanto sostiene il Presidente, l’accordo definito storico con il Venezuela sul petrolio non farà scendere presto i prezzi della benzina. Applausi a Trump perché si è assicurato il controllo di maggioranza degli Stati Uniti su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela. Ma secondo gli esperti, citati da Cnbc, le affermazioni ottimistiche di Trump sono campate per aria, poiché le infrastrutture petrolifere del Venezuela sono in pessime condizioni e ci vorranno anni e ingenti investimenti per incrementare la produzione petrolifera del Paese sudamericano. Si stima che ci vogliano circa 180 miliardi di dollari di investimenti entro il 2040 per riportare il Venezuela al suo picco di produzione. (Qualcuno ricordi a Trump che a novembre si vota per le elezioni di medio termine e che l’accordo con il Venezuela non servirà a risollevare i sondaggi che lo danno a picco).
Chi poi è andato durissimo sul Presidente è stato il comitato editoriale del Wall Street Journal, secondo cui l’accordo tra Trump e la presidente ad interim non eletta del Venezuela, Delcy Rodríguez, “assomiglia meno a una normale transazione commerciale e più alla famosa scena degli uomini d’affari americani che incontrano il dittatore cubano ne Il Padrino – Parte II”. Chi si muove da mafioso, davvero, è Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, che elimina chi non è d’accordo con lui. O lo costringe a lasciare, come è accaduto a Dan Driscoll, segretario all’Esercito, che ha rassegnato le dimissioni una settimana fa. “Non sono sicuro di quale sia la strategia in Iran”, ha detto Kevin Carroll, ex colonnello, una vita negli uffici del segretario alla Difesa e dello stato maggiore congiunto. “Abbiamo provato a decapitare i loro leader. Non ha funzionato. Abbiamo provato a colpire il loro programma missilistico. Non siamo riusciti a distruggerlo. Abbiamo provato ad affondare la marina, ma mantengono ancora una capacità di posa di mine”. Ecco. Trump ascolti i militari, non un giornalista fallito, accusato di abusi sessuali, comportamenti razzisti e cattiva gestione finanziaria di due gruppi no-profit di veterani che dirigeva.