Sono passati quasi quattordici anni da quando veniva approvata l’ultima significativa riforma del sistema pensionistica, una riforma che ha preso il nome del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel governo “tecnico” guidato da Mario Monti. Erano giorni difficili, giorni in cui solo provvedimenti efficaci a medio termine avrebbero potuto salvaguardare la sostenibilità dei conti pubblici.
Ebbene la riforma Fornero è stata una dei pilastri del risanamento, nei fatti e nell’immagine, della finanza pubblica italiana. Una riforma che rispondeva in gran parte anche ai grandi cambiamenti in atto nella società: il calo del tasso di natalità, l’aumento della speranza di vita, il peso delle politiche di spesa che nei decenni precedenti (si pensi alle baby pensioni) avevano appesantito e continuavano ad appesantire il bilancio dello Stato.
La riforma Fornero approvata nel dicembre del 2011 ha radicalmente modificato il sistema previdenziale e il mercato del lavoro italiano. I suoi pilastri principali prevedevano il passaggio al sistema contributivo per il calcolo dell’assegno, l’innalzamento a 67 dell’età di pensionamento con l’adeguamento automatico alla crescita dell’aspettativa di vita.
La riforma ha avuto i suoi effetti positivi anche se è stata in parte annacquata da provvedimenti successivi, come le salvaguardie per gli esodati e soprattutto le nuove formule per le pensioni anticipate come quota 100. In pratica è stata una riforma che ha comunque evitato il peggio anche se restano, ed anzi si sono accentuati, alcuni degli elementi di fondo che mantengono in un difficile equilibrio il sistema pensioni. Non bisogna peraltro dimenticare che anche se l’età “legale” per il pensionamento è fissata a 67 anni, l’età media effettiva in cui gli italiani vanno in pensione è attorno ai 63 anni grazie alle numerose forme di pre-pensionamento.
L’Italia si avvia sempre di più ad essere un paese di pensionati, ma è anche un Paese in cui il tema delle pensioni è particolarmente sensibile in termini di consenso elettorale. In questi anni infatti si stanno affacciando al pensionamento i nati negli anni ’60, anni del baby-boom in cui nascevano oltre un milione di bambini ogni anno (oggi sono tre volte meno, poco più di 300mila): una platea di persone le cui scelte politiche possono non solo influenzare, ma determinare i risultati elettorali.
Dal 2011 ad oggi la Lega, e in particolare Matteo Salvini, non ha mai nascosto la sua ostilità verso la riforma Fornero ed ora sta preparando una nuova (pericolosa) riforma che punterebbe a introdurre nuove forme di uscita anticipata dal lavoro entro i 67 anni. Il dossier sarebbe stato al centro di uno scontro interno al partito tra il vicepremier Matteo Salvini, impegnato a difendere un consenso sempre più fragile per il suo partito, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, strenuo difensore della stabilità dei conti pubblici.
Perché sarebbe pericolosa una riforma di questo tipo? In primo luogo perché imporrebbe minori entrare, dai contributi, e maggiori uscite per le pensioni anticipate. In secondo luogo perché è ampiamente dimostrato che il pensionamento anticipato degli anziani non aiuta l’occupazione giovanile. E poi perché la flessibilità buona sarebbe solo quella che consentisse non di uscire, ma di restare al lavoro dato che non aumenta solo la speranza di vita, ma salgono anche gli anni in cui si può partecipare in buona salute e attivamente alla vita economica e sociale.