L'antennato

IL VITELLO GRASSO

STER - 12/06/2026

Un tempo si sarebbe detto che al ritorno del figliol prodigo in famiglia, si sarebbe dovuto imbandire il vitello grasso e festeggiare con riconoscenza. Oggi i tempi sono cambiati e per certi ripensamenti la porta della casa natia rimane saldamente sprangata. È questo il caso di Amadeus, che un paio di stagioni fa lasciò mamma Rai per le sirene della “9”, un canale di proprietà dell’americana Warner Bros Discovery che si è messo in testa di fare un po’ di intrattenimento, laddove quasi tutte le reti concorrenti, compresa la tv di stato, farciscono il palinsesto di cronaca e (sedicente) informazione. Sta di fatto che il costoso trapianto della star di Ravenna nella piccola rete non ha dato i frutti sperati e già da un anno, ma compiutamente in queste ultimamente settimane, si erano moltiplicate voci di un suo possibile rientro nei ranghi di viale Mazzini. La parte galeotta l’ha fatta Fiorello, che dal suo show radiofonico ha cercato in tutti i modi di lanciare la volata all’amico presentatore con cui – giova ricordarlo – ha condotto cinque edizioni del festival di Sanremo più forti dell’intera storia della kermesse, dal 2020 al 2024.

Ma nulla.

Una dichiarazione dell’Amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, ha tirato il catenaccio in faccia ad Amadeus: “Lui ha fatto scelte professionali chiare e nette ormai due anni fa e l’azienda nel frattempo è cresciuta in altre direzioni con altri volti” Risultato: nessun rientro. O forse, sarebbe meglio dire: nessun perdono. Le porte della Tv di Stato rimangono chiuse per uno dei cavalli di razza dell’intrattenimento nostrano. Rai ha puntato le sue fiches, ha argomentato l’AD, sulla giovane promesse Stefano De Martino (cui è stato affidato il prossimo Sanremo, di cui curerà persino la direzione artistica senza alcuna competenza pregressa) e sulla solida certezza Carlo Conti.

Legittimi, ancorché discutibili, gli obiettivi aziendali, sembra opportuno però qui richiamare un precedente ingombrante: quando Pippo Baudo (di cui la Rai nei giorni scorsi ha celebrato i 90 anni dalla nascita con un soberrimo montaggio di sue vecchie edizioni di Domenica In, come dire: un po’ meno del minimo sindacale) per ben due volte, nell’87 e nel ‘96, lasció per ragioni diverse la sua amata azienda di Stato per andare a far danni a Mediaset, in entrambi i casi fu poi rapidamente riammesso in Rai. Certo, all’uomo che ha “inventato la televisione” fu imposto di ricominciare non dalla prima serata del primo canale, ma dal 2 o anche dal 3. Ma in entrambi i casi, il Pippo Nazionale scalò rapidamente le classifiche a suon di ascolti e si riguadagnò in breve il suo posto al sole. Oggigiorno non è più così. Non c’è pietà per i “voltagabbana” (leggasi: chi fa scelte professionali diverse) anche se di grande talento, quel talento che manca come il pane nella Rai di oggi.

Forse non ci sono più i Pippo Baudo di una volta, ma – giova ricordarlo – forse neanche i quadri aziendali che gli stavano attorno.