È stato il “tormentone” dell’estate, l’argomento di casa nostra di cui si è discusso di più, quello che ha fatto traballare l’amministrazione comunale più iconica (Roma ci scusi) del Paese. Che cosa ci insegna però il caso Milano in un momento in cui i nodi in materia urbanistica ed edilizia stanno venendo al pettine a Varese, dove tecnici esterni ed uffici comunali stanno tirando le fila a quel documento che a inizio anno era ancora molto sui principi che è il Pgt (Piano di Gestione del Territorio) e con esso le regole associate (Piano delle Regole)? L’argomento, affrontato poco prima della pausa estiva nell’intervento di Costante Portatadino è dunque caldo e nelle prossime settimane, confermano a Palazzo Estense, dovrebbe cominciare anche più direttamente il confronto tra i partiti. Ma che cosa le vicende del capoluogo ci hanno lasciato in eredità?
Il primo punto è il rapporto tra “politica” e tecnica. Ancora il 15 febbraio, in Sala Montanari, l’assessore alla Rigenerazione Urbana, Andrea Civati (il suo omologo milanese, Giancarlo Tancredi, ha lasciato) rivendicava di non aver affidato ai soli Uffici comunali la patata bollente, ma di aver coinvolto i tecnici dell’Università “così da avere un fondamento scientifico”. Ma fino a che punto ci si può fidare della tecnica? Abbiamo dimostrato su queste pagine come le proiezioni demografiche al 2040 “made in Insubria” e fatte propri dall’amministrazione fossero campate per aria di circa il 14% perché, bontà loro, non consideravano gli arrivi dall’esterno, fatte e pubblicate invece dell’Istat. Il caso Milano ci parla anche di indagini, poi concluse in vario modo, su conflitti di interessi che non hanno risparmiato tecnici e docenti. Insomma, i conti alla fine devono tornare, ma è bene che i tecnici facciano la loro parte, e che i politici non rinuncio al loro ruolo.
Un altro aspetto, non meno importante, è quello delle regole. Il Pgt milanese, così come quello varesino, presenta un principio ormai generalizzato: il risparmio di suolo. Per le ristrutturazioni, inoltre, contiene un interessante meccanismo che “premia” con volumetrie aggiuntive, chi ri-edifica privilegiando l’altezza alla superficie occupata, così da liberare spazio per il verde. Principio lodevole, perché vuol dire recuperare terreno al verde. Questo, però, non dovrebbe voler dire trasformare una rimessa in un palazzo con una semplice comunicazione al Comune (una “SCIA”) e nemmeno edificare un palazzo dentro un cortile. Regole più precise dunque, senza farsi prendere la mano. Se il confronto politico dovesse ritenere questo aspetto, quello delle regole appunto, un mero dettaglio, la politica mancherebbe il suo compito, anche perché dovrebbe essere sua cura associare la salvaguardia del territorio con le esigenze di una trasformazione, che pur ci sono.
Infine c’è un problema su tutti: una città, per quanto ambita, non deve diventare appannaggio solo di chi se la può permettere. In 30 anni, una città come Vienna, da tempo definita la capitale dalla più alta qualità della vita del mondo, è passata da 1,4 a 2 milioni di abitanti. Milano d 1,4 a… 1,4 milioni, cioè è rimasta uguale dopo averne persi e recuperati. Differenza: a Vienna una casa su 4 è di proprietà del comune, che le affitta secondo il reddito dell’inquilino (con il doppio beneficio di non creare ghetti e di non perderci) e altrettante sono di organismi no-profit, salendo così alla metà. Il social housing a Milano, comprese le cooperative, arriva secondo le stime al 12%, ed è un valore considerato particolarmente alto in Italia. Evidentemente non sono problemi risolvibili solo a livello comunale, ma occorre un intervento di investimento statale e di politiche fiscali e anche bancarie, ma il caso Milano insegna che c’è un evidente nodo di carenza dell’offerta, che ha determinato un incremento di prezzi, che non sono però spesso alla portata di ampi strati di popolazione. Il problema di Milano non è che ci siano troppe case di alto profilo e prezzo, ma che non ce ne siano abbastanza accessibili, in zone non da Suburra e che non ci siano abbastanza investitori sociali (che non vuol dire a canoni irrisori) ma equi.
Giusto un anno fa, il sindaco Davide Galimberti veniva nominato ambasciatore della Grande Milano nel mondo. Le politiche edilizio-abitative a Milano hanno riflessi in tutti i Comuni entro un’ora dalla città e possono riverberarsi (per effetto sui prezzi) anche all’estero (es. Svizzera). Varese ha già manifestato l’ambizione di divenire la casa dei milanesi che ne apprezzano il territorio e i costi più contenuti, ma occorre una politica coerente se non si vuole che questi principi di fermino a … Gallarate. E questo vuol dire anche puntare su servizi di qualità, competitivi con Lugano e anche con Milano. Proviamo a ricordarcene, senza cedere alla tentazione di utilizzare anche gli strumenti urbanistici come clava del 2026 per la competizione elettorale del 2027. Una mission impossible, insomma.