Ci sono parole che hanno turbato la mia estate per la loro scia di inquietudine: termini evocati dalla presenza di guerre in corso, parole attorno alle quali si sono accese discussioni politiche tra chi ne sostiene l’uso e chi invece lo rifiuta. Genocidio: sì o no? Sterminio: sì, ma non proprio. Pulizia etnica: in questo caso non c’entra.
Da qualunque prospettiva le si voglia considerare – ideologica, culturale, politica, religiosa, linguistica – queste parole si sono insinuate nel nostro vocabolario quotidiano, con il rischio che l’abitudine finisca per svuotarle del loro peso reale.
Sono parole in rapida evoluzione semantica e concettuale. Fino a pochi decenni fa “sterminio” sembrava riguardare eventi tragici come quelli subiti dai nativi americani; “genocidio” evocava soltanto la Shoah; “pulizia etnica” si legava soprattutto alla ex Jugoslavia.
Oggi l’attualità ci impone di domandarci se questi termini siano applicabili alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Dobbiamo avere il coraggio di chiederci se descrivono ciò che accade qui e ora.
Cominciamo da genocidio, parola terribile che unisce il greco génos (popolo, stirpe) al latino -cidium (uccidere). È un termine “giovane”, coniato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin per dare un nome a eventi altrimenti inenarrabili, l’annientamento sistematico del popolo ebraico. In ambito giuridico si manifesta quando è presente l’intenzione di uccidere, anche solo in parte, un gruppo etnico, religioso o nazionale.
Sterminio ha radici più antiche: deriva dal latino ex-terminare, cioè “scacciare oltre i confini”. Nel tempo ha assunto il senso di “eliminare drasticamente” qualcuno, diventando sinonimo di “massacro su larga scala”, spesso legato a progetti identitari o politici.
Pulizia etnica, infine, è un’espressione che fa rabbrividire soprattutto per l’ambiguità della parola “pulizia”: evoca l’idea di rimuovere lo sporco da un ambiente, ma applicata agli esseri umani indica la volontà di espellere o annientare i “diversi” tramite deportazioni, stupri, distruzioni.
Genocidio, sterminio, pulizia etnica: tre parole che disegnano diverse sfumature dell’orrore di cui può rendersi capace un gruppo di uomini, sotto la bandiera di uno Stato o in nome della difesa del proprio popolo o della propria identità sociale.
Dopo la Shoah, davanti allo sterminio dei tutsi in Ruanda da parte degli hutu, o alla mattanza degli armeni per mano dei turchi, chiediamoci come sia stato possibile permettere che accadesse di nuovo.
Eppure oggi, pur avendo accesso a testimonianze dirette delle guerre in corso, fatichiamo a riconoscere negli eventi i segni del genocidio, o a chiamare col loro nome carestie e violenze riconosciute dal diritto internazionale.
Ogni volta che quelle parole riaffiorano – genocidio, sterminio, pulizia etnica – ci raccontano che l’orrore non appartiene al passato, ma al nostro presente.
E ci impongono di domandarci: se non siamo capaci di nominare gli eventi, saremo mai capaci di condannarli e fermarli?