Come è ormai tradizione alla fine dell’anno arrivano le classifiche sulla qualità della vita realizzate dal Sole 24 Ore. Ne ha parlato diffusamente Sandro Frigerio su Rmfonline della scorsa settimana sottolineando il fatto che Varese sia al 41mo posto, perdendo posizioni rispetto allo scorso anno, va preso “con le pinze e con un po’ di scetticismo”. Non tanto perché queste analisi non siano condotte con accuratezza e precisione, quanto perché fare una sintesi dei dati dei 90 comparti rischia di essere temerario.
Per una ragione essenziale: la qualità della vita è un fattore strettamente personale che, certo, può derivare dalla qualità dell’aria o dalla presenza di bar e librerie, ma che dipende soprattutto dalla congiunzione di due elementi: l’esperienza e l’emozione. Due elementi che non si possono misurare col bilancino delle fredde statistiche.
Possiamo considerare Varese come la patria di chi ci vive e continua a viverci. E come diceva George Orwell il “patriottismo, secondo me, significa attaccamento ad un luogo particolare e ad un certo modo di vivere, che si reputa essere il migliore al mondo, senza volerlo imporre ad altri”.
Come si può misurare il carattere delle persone? Come si possono valutare elementi come la bellezza del paesaggio, la cortesia dei cittadini, la solidarietà che nasce dal volontariato? Come si possono dare dei voti alla sensibilità dei professori, alla professionalità dei medici, all’efficienza delle forze dell’ordine? Certo è possibile, ma altrettanto difficile quanto arbitrario.
Perché la soggettività non può che avere il sopravvento. Perché nell’era dell’intelligenza artificiale risulta sempre più evidente che la persona, nei suoi caratteri unici e irripetibili, non può che restare al centro degli interessi e delle attività umane. Il rapporto delle persone con il territorio è allora in gran parte costruito sulle emozioni, sulla sensibilità, sui giudizi che fanno perno più sull’intuizione che sulla ragione.
E allora mettiamo le classifiche sulla qualità della vita nella loro giusta dimensione: segnali di situazioni che devono suscitare l’impegno di chi di dovere a migliorare le cose. Non può lasciare tranquilli il fatto che quella di Varese sia la peggiore provincia in Italia per le cause civili ultra-triennali: il 46,7% delle cause pendenti, cinque volte più della media nazionale. Ma possiamo fare ben poco se siamo agli ultimi posti per il “soleggiamento”.
Diceva Cicerone “ubi bene ibi patria”. Come dire che la qualità della vita si identifica con ciò che ci è caro: la famiglia, gli amici, la cultura, le tradizioni, i valori, gli affetti. E allora Varese, vista da Varese, merita il primo posto. Certo, così come Napoli vista dai napoletani.