Che cos’è il sogno? Per l’enciclopedia Treccani è il lavoro che la mente svolge nel sonno. Per Freud è lo sfogo dell’inconscio, l’appagamento mascherato di un desiderio rimosso. Per Voltaire è l’anima pura che, sottratta al dominio dei sensi, gode in libertà dei suoi diritti; e per Calderon de la Barca è la vita sospesa tra verità e menzogna, un’illusione, un’ombra. Quale che sia l’interpretazione, condividere i sogni è un modo di comunicare agli altri i propri desideri o anche qualcosa di più profondo, è far conoscere le proprie aspirazioni segrete. Einstein sognava di trovare la Teoria del Tutto, Leonardo fantasticava di volare e ha lasciato ai posteri il prototipo dell’ala battente, geniale intuizione della tecnica del volo.
“Senza sogni, anche irrealizzabili, la vita sarebbe noiosa”, confessa Silvana Ceruti, curatrice dell’antologia “Sogni. Storie, visioni e intuizioni” (La Vita Felice, 2025) – presentata il 6 dicembre alla Libreria Ubik di Varese- che raccoglie testi di narrativa e di poesia di cinquantaquattro scrittori non solo varesini. Laureata in pedagogia, la Ceruti è impegnata da trent’anni in un laboratorio di scrittura creativa per i detenuti nel carcere di Opera. È alla quarta edizione dell’antologia, ha pubblicato numerosi testi scolastici e scrive poesie e racconti per bambini. Spiega di non essere tra gli autori dell’edizione 2025 perché ama anche curare i testi altrui e organizzare iniziative culturali che le consentano di stabilire nuovi contatti umani.

Così, questa volta, si è limitata a partecipare “con fotografie, ombre e riflessi” lasciando agli altri il compito di raccontare i voli onirici e gli incubi notturni, le storie inventate di sana pianta, le inconfessabili ambizioni di gloria e i rimpianti per le aspirazioni perdute. Il viaggio acquatico di Lucia Castelli che apre le letture è ambientato nella foresta boema, ha un sottofondo musicale e la chiusa noir. Scrive: “Sono un piccolo pesce… corni e arpe descrivono l’acqua che percorre il bosco, sento squilli e suoni di caccia fino alle rive più ampie dove si svolge una festa nuziale, note di gioia. Mi piace sentire l’eco di racconti di verdi folletti acquatici, piccolo popolo magico della Moldava che conserva le anime di chi è annegato”. E, nuota-nuota, il pesciolino si tuffa nel mare musicato da Claude Debussy.
Gioia Gentile si perde nell’avventura: “Le mongolfiere coloratissime sono sdraiate sul campo di decollo e a poco a poco cominciano a gonfiarsi. Ognuna ha una navicella che può portare sedici persone più il pilota. Ci aiutano a salire. Lentamente ci solleviamo. Sento il calore della fiamma che riscalda… il sole sta sorgendo … si sente solo il fruscio dei palloni nell’attrito con l’aria”. È un folle volo – così dice il titolo – che regala sensazioni di libertà, di grandezza e di impotenza. Intanto Michele Piumini, seduto accanto alla cerimoniera Silvana Ceruti nel salotto di piazza del Podestà, accompagna alla chitarra le parole dei sognatori, arpeggia “Blackbird” dei Beatles e brani dei Genesis, di Dominic Miller e di propria creazione.
L’inno alla condivisione di Ugo Monestier s’intitola Sogneide e si apre con un’asserzione filosofica: “Tutto è vano ciò che non è con-diviso”. Il protagonista è un moderno eroe di nome Enea che studia all’università, che riempie di note lo smartphone e che è descritto in sogno dalla propria coscienza: curioso, creativo, alla ricerca di sé stesso. Meno riflessivo e più lirico è il testo di Manuela Parini, un canto materno: “Abbracciavo, prematuramente, il mio sogno di diventare madre ed ero bambina, fin troppo matura… Sapevo che c’eri già tu, figlio mio amato, e già concepivo odore di latte, vagito, confuso col sentore di gioia, inesplicabile, dell’infanzia e capriole senza fine sui prati… respiravo la mia maternità come culla di speranze”.
Letto in sua assenza, il sogno di Tullia Piredda profuma di fiori e dolciumi: “Esco in strada, ho i pattini a rotelle, un gonnellino rosso… sento l’odore della salsedine e l’aroma del mirto… mi aggrappo a un aquilone e arrivo là dove la campagna è tiepida, dove saltellano i grilli. Oh, eccolo il nocciolo, gioco con le foglie e in un refolo di vento mi arriva il profumo del croccante”. Paura e nostalgia si mischiano invece nell’incubo di Paolo Zanzi che ritorna bambino nella casa dei nonni al terzo piano di via Albuzzi, nel cuore di Varese, affacciato sull’osteria del Mario e sulla latteria della Lidia; e rivive l’angoscia di cadere dalla finestra spalancata di notte sul cortile in terra battuta.
Infine prende la scena la voce evocativa e profonda di Roberto Piumini, scrittore, poeta e autore televisivo cresciuto a Sant’Ambrogio e tradotto in tutto il mondo che legge sé stesso, due sogni già pubblicati da Nuove Edizioni Romane e da Reportonline Poeti moderni. Il primo, garbato, sorridente, inizia così: “Una gallina fece un sogno. Ma com’è fatto un sogno di gallina? È bianco, tondo, non proprio tondo: tondo ma allungato. Appena l’ebbe fatto glielo presero: volevano lessarlo, farlo fritto, seppellirlo nella farina, lo volevano sbattere, affettare… Il seguito a pagina 203 dell’antologia.