Tre anni fa fui invitato alla presentazione del Suv ibrido di una prestigiosa casa automobilistica europea. Auto bellissima, dentro e fuori. Durante la conferenza stampa l’amministratore delegato disse chiaramente che la nuova stella polare del gruppo che rappresentava era l’elettrico, più chiaramente il full electric. Sono sempre stato scettico, non contrario, sul pensionamento del motore endotermico. Soprattutto sui tempi dettati da Bruxelles. Il boss che annunciava l’arrivo del nuovo prodotto del suo brand disse: ”La strada maestra è la mobilità elettrica. Ne siamo fermamente convinti”.
Lo scorso anno sono stato nuovamente invitato ad analoga presentazione. Location diversa, Saint Moritz. La solita, ma diverso modello, sempre ibrido, splendida automobile. Lo stesso amministratore delegato. In conferenza stampa ecco la sorpresa: l’elettrico che tre anni prima era la strada maestra diventa “una valida alternativa”. Da tecnologia vincente a valida alternativa è un attimo. L’Europa cammina lentamente sulla transizione dall’endotermico all’elettrico. E così ecco Donald Trump imporre un cambio di passo. Ma in altra direzione. Il presidente americano ha annunciato un ammorbidimento della normativa sui consumi e sulle emissioni delle automobili, sostenendo che questo ridurrà il loro prezzo d’acquisto.
Facciamo un passo indietro. Durante la presidenza Biden la NHTSA – l’agenzia governativa di controllo sugli autoveicoli – dichiarò che avrebbe aumentato i requisiti di consumo medio di carburante a circa 50,4 miglia per gallone, pari a circa 21,4 km per litro, entro il 2031. Traduzione: una riduzione netta del consumo di benzina e un poderoso taglio delle emissioni. Una mossa che avrebbe, nelle intenzioni dell’allora presidente, dovuto dare la spinta decisiva alla diffusione dei veicoli elettrici. Con la nuova normativa targata Trump le cose cambiano: la frenata all’elettrico è evidente. Ma potrebbe non essere un male: servono tempi più morbidi per la transizione endotermico-elettrico, per una saggia politica green e per la salvaguardia dell’occupazione in un settore che l’irruzione pesante dell’elettrico avrebbe sicuramente destabilizzato.
I numeri dicono che le vendite di auto elettriche in America sono sotto le attese. Così da Ford a General Motors fino a Stellantis, le grandi case stanno aggiustando la traiettoria, facendo slittare nuovi lanci di modelli full electric, pompando gli ibridi plug-in come ponte ideale della transizione, ridimensionando le previsioni di vendita di veicoli 100% elettrici. Come dire: noi siamo pronti, ma avere più tempo a disposizione – ovvero più flessibilità – non ci dispiace affatto. Sulla decisione di Trump hanno pesato, c’è da giurarlo, le pressioni dell’industria petrolifera che da qualche anno ha lanciato un’offensiva contro le auto elettriche e relativi incentivi per far sì che restino mercato di nicchia e non diventino mainstream. Trump ha potuto drenare voti dall’industria automobilistica americana, soprattutto in Michigan e Ohio, promettendo la difesa dei posti di lavoro messi a rischio dall’avvento del mercato cinese. E sta mantenendo, a modo suo, la promessa. Chissà, magari ispirandosi, inconsciamente, a Henry Ford, uno che di auto ne sapeva un bel po’, quando sosteneva: ”È meglio vendere un gran numero di autovetture con un basso margine ragionevole che venderne meno con un ampio margine di profitto… Questo consente ad un numero maggiore di persone di comprare e godersi (l’autovettura) e dà ad un numero maggiore di persone impiego ad un buon salario”.