Editoriale

LINEA PIATTA

MASSIMO LODI - 12/12/2025

Un terzo degl’italiani preferisce l’autocrazia alla democrazia. Motivi? L’autocrazia semplifica, la democrazia complica. L’autocrazia propone: un tizio/una tizia soli al comando; oligarchi scelti nel ruolo di consiglieri; decisioni cui segue un’esecutività rapida, senz’intralci, ostacoli, rinvii. La democrazia propone: un uomo/una donna mai soli al comando perché di continuo sottoposti al controllo d’organismi previsti da una Carta costituzionale; una Carta costituzionale d’ispirazione e saldezza popolare, non il decreto burbanzoso che ti becchi e mosca (Mosca? Che casualità), bensì l’impero della dialettica; l’impero della dialettica che non impedisce il processo rapido del fare, purché sia bandìto l’ostruzionismo partitico. L’autocrazia nega cittadinanza naturale a libertà e giustizia, rendendole un optional nelle mani del capo/della capa mentre la democrazia le garantisce, pur se trattasi d’un bene soggetto a continua protezione. Se ti distrai, rimani fregato. È successo a molti Paesi di scivolare dalla democrazia all’autocrazia quasi senz’accorgersi.

Corriamo pure noi, noi dell’Italia 2025, questo pericolo? Lo corriamo al netto di chi, nel rispetto della citata Carta costituzionale, ci guida e ci guiderà. Perché, a furia di risse tra una fazione e l’altra e liti dentro ciascuna fazione, si sta perdendo di vista il bene massimo di cui godiamo, rassicuràti dal male minimo. Cioè: ci consoliamo dicendo che potrebbe andar peggio, e magari un tocco di dispotismo chissà che non aiuti ad andar meglio.

Questa tendenza ancora (ma fino a quando?) minoritaria andrebbe ricacciata indietro a suon di opere anziché di chiacchiere. Le chiacchiere sono la sterile condanna di tale giudizio. Le opere sono gli esempi quotidiani di responsabilità. Troppo pochi, evidentemente, per scoraggiare il fascino del pensiero prevaricatore, assolutista, totalitario. Risultato: più di metà degli aventi diritto al voto si astiene, incerto sulle scelte in quanto schifato dalle motivazioni che le dovrebbero innescare. E il trenta per cento dei medesimi titolari della facoltà d’esprimere i propri rappresentanti a Camera e Senato (di conseguenza, il Consiglio dei ministri e il suo presidente che i due rami parlamentari sceglieranno), ne ha talmente le tasche piene da illudersi che la soluzione d’ogni problema sia affidarsi a un prossimo dittatore. Come se non bastassero le infamie perpetrate dai dittatori del passato e quelle inscenate dai dittatori del presente.

Siamo già precipitati dal ciglio del burrone alle balze che ne scandiscono la ripida scarpata sino a condurre alla voragine finale. Di fronte a simile crisi dei valori fondanti del convivere civile morale politico, dovrebbe risultare scontata l’esistenza d’un minimo comune denominatore tra quanti -di qualsiasi fede ideologica- si offrono come autorevoli rappresentanti a spauriti rappresentati. Invece c’è zero percezione d’una così urgente, fondamentale, ineludibile contezza etica, prima che d’ogni ulteriore segno. Questa è la crisi epocale di cui soffriamo: l’irresponsabile cinismo di classi dirigenti inadeguate -salvo rare eccezioni- al ruolo assegnato loro dal caso. Perché se non fosse stato il caso ad assegnarglielo, e invece la credibilità individuale, assisteremmo a un sussulto delle coscienze. Purtroppo il sismografo morale/virtuoso indica una linea piatta.