
La musica è stata, e ancora continua ad essere per lui, una passione necessaria. Lo racconta pagina dopo pagina, nel suo libro La musica per me (Einaudi editore) dedicato all’indispensabile compagna di una vita. L’ha avvicinata fin da bambino, dapprima nel coro di voci bianche, diretto da un giovane sacerdote del collegio religioso frequentato, poi da adolescente.
Fu il primo concerto, nella Basilica di Massenzio in una sera d’estate (si eseguiva la Pastorale), a farlo innamorare per sempre della musica. Si convinse lì della grandezza di Beethoven.
Il racconto di Corrado Augias parte infatti dal compositore tedesco “…colui che resta per me il massimo esempio di musicista, un uomo che si colloca ad altezze pari a quelle di Michelangelo nella pittura e scultura, Shakespeare o Dante nell’indagine dell’animo umano. Per la grandezza del personaggio, per le travolgenti esperienze mentali nelle quali le sue composizioni mi hanno trascinato, per l’esempio di alta moralità che la sua vita ci offre”.
Il lungo viaggio di Augias attraverso la musica, visitata e rivisitata nei suoi più importanti autori e nelle maggiori e interessanti composizioni sinfoniche e operistiche, dura da allora. E
ha interessato il cammino personale e professionale dello scrittore, per anni affermato giornalista della Rai e firma preziosa di Repubblica. Dove continua a scrivere, inoltre conducendo su La7 un programma di successo: La torre di Babele.
Augias ha avuto il privilegio di incontrare figure contemporanee di primo piano del mondo della musica: da interpreti lirici a direttori di orchestra, ad autori o strumentisti noti. Tuttavia lo accompagna un rimpianto: non avere avuto il tempo e la costanza di imparare a suonare uno strumento, il pianoforte, come avrebbe desiderato. Non per potersi dichiarare concertista di alto livello. Ma per sentirsi in grado di intrattenere almeno le persone care nel salotto di casa, scivolando con la sufficiente abilità sulla tastiera: compagno in allegria degli autori prediletti, compresi alcuni ascoltati o intervistati con la massima emozione. La stessa provata da adolescente: che ritrova, tra le note di Beethoven, la melodiosa poesia di Leopardi. E, in quelle di Ciajkovskij, da lui amatissimo compositore, i colori intensi e luminosi della natura.
Traspare, dal lungo e documentato viaggio in cui Augias conduce il lettore, il piacere di consegnargli non solo le informazioni biografiche e tecniche fondamentali, attorno a esistenze e musiche molto diverse tra loro, esemplari per grandezza e risultati raggiunti. Ma soprattutto l’emozione che ha attraversato la sua vita inseguendo le note come rivela significativamente il capitolo Dal nuovo mondo. La Rapsodia di Gershwin, figlio di ebrei russi emigrato in America, che a soli dodici anni si siede al pianoforte e inizia a suonare, segnò l’esistenza di un giovane Corrado.
“Ricordo un’impressionante interpretazione della Rapsodia di Gershwin dove (Berstein, n,d.r.) dirigeva l’orchestra ed eseguiva la parte pianistica. Tale il trascinante finale che all’ultimo accordo seguì un silenzio sbalordito di parecchi secondi prima dell’applauso”.
Augias ebbe l’opportunità di conoscere di persona Bernstein, compositore, pianista, direttore e divulgatore. “Il suo programma del 1975 Joyce of music ha insegnato agli americani ad avvicinarsi alla musica”. Per questo non aveva avuto esitazioni, quando preparava un programma analogo per la Rai, a intitolarlo La gioia della musica.
Per tornare a Gershwin e alla sua Rapsodia, furono proprio quelle note, uscite dal suo 78 giri, a far ancora sognare a Corrado il nuovo mondo, quello che provava anche a immaginare con il naso incollato alla vetrina di una agenzia della Twa di via Bissolati davanti al cartone di una sorridente hostess. Suoni che gli raffiguravano l’America come poteva accadere a chi grazie agli
Americani era stato liberato dall’incubo dell’occupazione nazifascista. Ma anche il libro Vita d’America Vita felice di Loredana e Jerrold Beim pubblicato da Salani contribuiva a rafforzare in lui il sogno.
“L’avrò letto tre o quattro volte, sempre decidendo che da grande sarei andato a vivere lì.
L’America e New York rappresentavano la libertà, la fuga, il conseguimento della arcana felicità di Leopardi vagheggiata in gioventù. In seguito avrei scoperto ben altri aspetti dell’America: la miseria. La violenza come maledizione divina, e che il mondo rurale descritto dai Beim sarebbe stato quello che avrebbe mandato due volte Trump alla Casa Bianca”.
Ma questa è un’altra musica.