Parole

FALLIMENTO EDUCATIVO

MARGHERITA GIROMINI - 13/02/2026

Maranza: termine già presente nel vocabolario italiano, è tornato in auge nel nostro linguaggio tanto che la Treccani 2025 lo ha ripresentato come neologismo.

Circa quarant’anni fa l’enciclopedia definiva maranza un “giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccare briga, riconoscibile anche dal modo di vestire appariscenti, con capi e accessori e griffati, spesso contraffatti, e dal linguaggio volgare”. I suoi sinonimi erano “truzzo” e “coatto”.

In questa accezione la parola si era scolorita nel tempo mentre oggi, con il supporto di Tik Tok, ha assunto il significato di “persona importuna”, capace di estorsioni, minacce e aggressioni.

I maranza sono giovani di strada che vivono ai margini delle periferie delle città, inclini a improvvise scorribande rumorose, oggi come allora vestiti in modo riconoscibile, cappellino o bandana, tuta acetata, giacca smanicata e tracolla di marca. A loro si sono aggregati delinquenti comuni che gravitano intorno alle stazioni finendo per costituire bande che si spostano per le strade cittadine.

La stampa e l’opinione pubblica li hanno etichettati come individui pericolosi ormai irrecuperabili, tanto che il termine maranza, ormai ridotto a parola dispregiativa, non evoca nulla di buono.

Che verso i maranza si possano nutrire timori è comprensibile, pochi tra noi vorrebbero incontrarne una squadra di sera, fuori dalla stazione della propria città.

Che si possa anche averne paura è meno comprensibile, dato che, per fortuna, non è tanto frequente imbattersi in un gruppo in fase di aggressione ai passanti. È però meno accettabile che ci si limiti a giudicare i comportamenti devianti dei maranza come caratteristiche innate di una gioventù irrecuperabile, da scartare ed emarginare senza alcun reale tentativo di recupero.

Don Ciotti, sacerdote attento al disagio delle periferie, si interroga sui problemi della gioventù “maranza”. Precisa che ogni giovane dovrebbe essere al centro dell’impegno degli adulti: accontentarsi di attribuire le responsabilità di comportamenti deviati ai giovani stessi e al loro ambiente produce solo ulteriore isolamento dalla società.

Le istituzioni sono purtroppo corresponsabili se si limitano a condannare senza affrontare un fenomeno dalle complesse sfaccettature, evitando di interrogarsi sulle carenze educative dei sistemi famiglia, scuola e società. Rileva altresì don Ciotti che il severo giudizio sociale sui maranza non tiene in conto gli aspetti della sottocultura a cui essi appartengono, nata e cresciuta ai margini della città urbana dove ogni spazio aggregativo è negato.

Inoltre, poiché la maggioranza delle bande maranza è costituita da giovani di seconda e terza generazione di immigrati, sarebbe ancora più urgente riflettere sui fallimenti in tema di immigrazione e di sostegno alle giovani generazioni senza distinzione di provenienza.

Il fenomeno maranza si pone come specchio di un disagio adolescenziale che agisce alla spasmodica ricerca di visibilità con mezzi leciti e illeciti. Così muovendosi i maranza si espongono al rischio di alimentare i pregiudizi dell’opinione pubblica e dei politici distratti, con il risultato di potenziare lo stigma della loro marginalità.

I giovani maranza con i loro eccessi inducono gravi episodi di razzismo come quello del gruppo milanese Articolo 52 che ha istituito ronde antimaranza in nome dei cittadini esasperati dalla presenza delle bande. (L’articolo 52 della Costituzione è quello che riconosce che la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino). Scontri e pestaggi possono solo alimentare una violenza ingestibile mentre si imporrebbe alla società il dovere civico, politico e culturale, di approfondire il fenomeno per poterlo gestire.