Anche su Niscemi è stato detto tutto e non ci sarebbe proprio niente altro da aggiungere, se non aspettare che la magistratura faccia il suo corso e metta in luce come stanno davvero le cose. Chi ha sbagliato e chi no. Chi ha scientemente omesso e chi è stato alla finestra e basta. Ma di fronte all’ennesima disgrazia vien voglia di parlarne, nonostante tutto. Perché fa davvero impressione vedere un costone di terra di quelle dimensioni venir giù, giorno dopo giorno, come se fosse uno di quei castelli di sabbia che si fanno sulla spiaggia, d’estate, coi bambini. Anche quelli vengono giù pezzo a pezzo, appena son lambiti da un po’ d’acqua di risacca. Che poi, più o meno, con le debite differenze, è lo stesso fenomeno di Niscemi. Un po’ più complesso di un castello di sabbia, ovviamente, perché è dovuto allo scivolamento verso valle delle argille sottostanti il piastrone arenaceo-sabbioso, su cui è costruito l’abitato della cittadina. Ma il risultato è lo stesso. È un concorso di acque non regimate a dovere e terreno sabbioso.
La dimensione della frana si sviluppa su un fronte di circa quattro chilometri e gli smottamenti son cominciati subito dopo l’ondata di maltempo dello scorso il 18 gennaio, che ha colpito il Sud Italia provocando danni ingenti in Calabria, Sicilia e Sardegna. Fortunatamente, non ha fatto vittime, ma ci sono tantissimi sfollati e moltissime famiglie hanno perso la casa e il lavoro. E altre inevitabilmente la perderanno, quando si dovrà decidere il perimetro di sicurezza, per non andare oltre coi fabbricati. Ci sono tantissimi edifici che ormai si affacciano sul ciglio del burrone, che in alcuni punti è profondo anche una ventina di metri. Insomma, la solita storia che si ripete, anno dopo anno, su tutta la Penisola, appena cade pioggia più del solito. Viviamo su un territorio fragile e facciamo poco o nulla per la sua salvaguardia.
Niscemi è un disastro annunciato. La situazione idrogeologica è chiarissima. Nonostante le polemiche di questi giorni che, tra le altre cose, denunciano la mancanza di una cartografia aggiornata del territorio. Ed è vero. Ma se si guarda la piattaforma
idroGEO, sul sito dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), accessibile a chiunque in un attimo, in qualsiasi momento, e per tutto il territorio nazionale, la situazione di rischio è evidente, anche senza troppi approfondimenti. Anche il bambino del castello di sabbia si accorgerebbe del pericolo e smetterebbe di giocare con le palline di vetro. Il rischio frane, proprio in quel punto, dove il terreno sta venendo giù, è censito come molto elevato (P4) o elevato (P3). Il rischio alluvioni altrettanto, con un periodo di ricorrenza stimato di 25-50 anni. Di fronte a informazioni del genere, messe nero su bianco, francamente, fa ridere sentir dire che nessuno ha alzato il telefono per annunciare il pericolo, oppure che manca la cartografia.
Oltretutto, le risorse finanziarie per intervenire ci sarebbero e sarebbero sufficienti per realizzare opere di contrasto. Sono disponibili, pare, fin dal 1997! Ma anche qui, si ricomincia coi fantasmi di sempre. Non si capisce se la Regione abbia stanziato quelle risorse o meno. Il Comune ne ha fatto richiesta? Mistero. Ci vorrà del tempo per saperlo. Intanto, però, sappiamo con certezza che il monte dei residui passivi cresce. E cioè, aumenta costantemente la quantità di danaro non speso, danaro che le amministrazioni pubbliche hanno a disposizione in cassaforte, per progetti che servirebbero alla collettività. Una quantità di danaro mostruosa, che aumenta di anno in anno e ormai è quasi una finanziaria. I soldi ci sono. Mentre l’urlo che si ode spesso, da diverse parti, è “dateci più risorse”. Ma per far che?
La novità del momento è l’assicurazione, la polizza catastrofale. Dopo i disastri dell’Emilia Romagna del 2023 e 2024, in Legge di Bilancio 2024 è stato introdotto l’obbligo per le imprese di stipulare polizze assicurative contro catastrofi naturali, incluse alluvioni, inondazioni, frane e terremoti. La copertura riguarda terreni, fabbricati, macchinari e impianti. Molto patrocinata dal Ministero della Protezione Civile e delle Politiche del Mare, il ministro Nello Musumeci. Adesso dovrebbe essere estesa anche ai privati. Ma chi assicurerà mai una Cinquecento degli anni ’60, rugginosa e in garage da venti? E semmai dovesse accadere che qualcuno proponga un premio assicurativo, quanto ci costerà? Fuor di metafora, sempre l’ISPRA ci dice che in Italia, ad oggi, ci sono oltre 684.000 frane attive e che il 94,5% dei comuni è sotto rischio idrogeologico. È davvero pensabile che possano essere le assicurazioni a coprire le falle e ad organizzare il territorio. Non sarà l’ennesima bufala, come e peggio del 110%, che pagheremo carissima?