Pennsylvania Avenue

NON È LA STAMPA, BELLEZZA

FRANCO FERRARO - 13/02/2026

Poteva comprarsi una fabbrica di bulloni, un bed&breakfast o Stellantis, invece Jeff Bezos, nel 2013, compra il Washington Post, storica testata americana, per 250 milioni di dollari. Grandi proclami di indipendenza, grandi investimenti e promesse di un’epoca d’oro. Tempo due anni e il giornale torna a fiorire, e i numeri, per abbonamenti e pubblicità, raccontano di un eccellente stato di salute. Nel 2016 Donald Trump vince le elezioni e il Washington Post si distingue come voce critica nei confronti della presidenza, a tratti coraggiosamente ostile. Dieci anni dopo l’arrivo di Bezos il giornale comincia a perdere colpi. Tra il 2023 e il 2024 va sotto di 180 milioni di dollari. Siamo in piena campagna elettorale, Bezos fiuta il possibile ritorno di Trump alla Casa Bianca e vieta alla redazione la pubblicazione del classico endorsement elettorale, già pronto e destinato alla sfidante di Trump, la democratica Kamala Harris. (Niente di strano: il Post aveva sostenuto il candidato democratico nelle quattro precedenti campagne: 2008, 2012, 2016 e 2020).

La prendono male i giornalisti: capiscono che il tempo sta cambiando e non promette nulla di buono, la prendono malissimo gli affezionati lettori del Post: più di 250mila persone disdicono l’abbonamento. Il giornale comincia la sua virata a destra. Trump rivince. Molti giornalisti se ne vanno. E anche molti collaboratori, come Ann Telnaes, fumettista e Premio Pulitzer nel 2001, che a inizio gennaio 2025 propone una vignetta nella quale disegna Jeff Bezos, Sam Altman (ceo di OpenAi), Mark Zuckerberg (boss di Meta) insieme a Topolino, in ginocchio davanti al presidente. La vignetta è censurata e la Telnaes, in forza al giornale dal 2008, sbatte la porta. E quando chi è rimasto pubblica cose sgradite al presidente ecco arrivare l’insulto, come a giugno del 2025, quando Trump ribattezza il giornale “ComPost”, che vuol dire concime. I giornalisti avevano semplicemente pubblicato un sondaggio che dava il tycoon in flessione di gradimento rispetto all’anno precedente. Fine del lungo ma necessario preambolo.

Adesso Bezos ha licenziato circa 300 giornalisti. Ha parlato genericamente di ristrutturazione e spending review, però ha buttato 70 milioni di dollari per produrre il documentario Melania, dedicato alla First Lady americana. E di questi 70, almeno 28, secondo il Wall Street Journal, sarebbero finiti delle tasche della moglie del presidente. Dollaroni a parte, sconcerta che diversi giornalisti cacciati da un giorno all’altro da Bezos abbiano ricevuto il benservito mentre lavoravano in condizioni critiche, chi sul fronte ucraino chi nella Striscia di Gaza. “Sono stata appena licenziata dal Washington Post nel mezzo di una zona di guerra. Non ho parole, sono devastata” ha scritto su X la giornalista Lizzie Johnson, dalle parti di Kiev. Bezos ha azzerato la sezione sport, la sezione libri, e cacciato tutti i giornalisti che si occupavano di questioni razziali ed etniche a livello nazionale. Ops, guarda caso nei giorni roventi della catastrofica azione dell’Ice a Minneapolis che, lo ricordiamo, ha ucciso due cittadini americani.

Il testo della mail di licenziamento? “A seguito della comunicazione odierna, le scrivo per condividere la triste notizia che la sua posizione viene eliminata nell’ambito dei cambiamenti organizzativi odierni”. Ma Bezos non è di quelli che vanno tanto per il sottile. Così il Post deraglia, spinto dalla deriva trumpiana ma certo segnato dalla crisi dei giornali. Anche se qualche giorno fa il New York Times ha festeggiato il milione di nuovi abbonati digitali nel 2025, toccando quota 13 milioni. Mr. Bezos, Lei una volta ha detto:” La mia unica visione è che ogni azienda ha bisogno di una visione a lungo termine”. È proprio sicuro di averla?