Chiesa

QUALE PACE

PIETRO CARLETTI - 13/02/2026

C’è un tratto che più di ogni altro definisce il pontificato di Leone XIV: la pace. Fin dal suo primo saluto ai fedeli in occasione della sua elezione, il Papa ha indicato la «pace disarmata e la pace disarmante, umile e perseverante» come responsabilità concreta dei cristiani, e nei mesi successivi lo ha ripetuto con un’insistenza che ha il sapore dell’urgenza umana ed evangelica.

Lo si è visto all’Arena della Pace, quando ha chiesto che la nonviolenza diventi «metodo e stile» delle nostre relazioni, così come lo si è sentito il 17 giugno, quando ha invitato i vescovi italiani a promuovere in ogni diocesi percorsi di educazione alla nonviolenza, alla mediazione dei conflitti, a progetti di accoglienza capaci di trasformare la paura in incontro. Il tema della pace ricopre un’importanza così significativa da apparire anche nelle pagine de La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole, e da essere segnalato nella prefazione del libro fra i tre vocaboli che Leone XIV ha voluto evidenziare per presentarlo: «Non sono tante dieci parole, ma possono iniziare un discorso sulla ricchezza della vita cristiana. Così, per cominciarlo, di queste dieci parole vorrei sceglierne tre, come avvio di un immaginario dialogo con quanti leggeranno queste pagine: Cristo, comunione, pace».

Il Papa ricorda che la gioia della fede non può farci dimenticare coloro che soffrono a causa della guerra, i bambini e gli anziani di Gaza ridotti alla fame, le famiglie del Myanmar travolte dalle ostilità, la popolazione ucraina che attende negoziati veri. La pace però comincia da noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, li ascoltiamo, parliamo di loro. In un tempo segnato da una guerra delle parole, Leone XIV invita altresì a disarmare il linguaggio, a rifiutare narrazioni che dividono il mondo in buoni e cattivi.

Accanto all’appello spirituale, c’è poi una denuncia lucida delle strutture che alimentano i conflitti. In particolare, il Papa ha messo in guardia dal fascino degli armamenti potenti e sofisticati, ricordando che la ricchezza non può essere trasformata «in armi che distruggono i popoli» (omelia a Sant’Anna, 21 settembre). Infine, ha smascherato l’uso delle fake news come pretesto per scatenare guerre, sostenendo, che le persone non possono morire a causa di fake news.

Eppure, il cuore del suo messaggio resta evangelico: «Metti via la spada» è un invito rivolto ai potenti, ma anche a ciascuno di noi (Veglia mariana, 11 ottobre), nella consapevolezza che si possa ferire e uccidere anche con un uso aggressivo delle parole. Quale obiettivo, dunque? Costruire la pace nel cuore, disarmando ciò che genera ostilità in ogni ambito e su ogni fronte. Per questo il Papa sogna comunità che diventino “case della pace” sul modello di una Chiesa che può «incarnare il sogno di un’umanità riconciliata, pacificata, concorde» luoghi in cui si impara a disinnescare i conflitti attraverso il dialogo, a praticare la giustizia, a custodire il perdono.

In questo orizzonte, il Mediterraneo assume un valore profetico, come sostiene Leone XIV facendo riferimento a Giorgio La Pira, «convinto che la pace nella regione del Mediterraneo sarebbe stata l’inizio e quasi la base della pace fra tutte le nazioni del mondo». La sua visione conserva e trasmette ancora oggi la sua carica profetica, tanto più in un mondo segnato da guerre, migrazioni forzate, crisi climatiche e disuguaglianze. È in Cristo e nella forza della fede, oltre che nella volontà di ognuno di noi diventare artigiani di pace, nella consapevolezza che un simile compito non è «un’utopia spirituale» ma «una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa».

Il futuro di dignità e pace annunciato dai profeti non è dunque un’illusione: è già iniziato, e inaugurato da Cristo. Nostro è il compito è la responsabilità di tutelarlo e di farlo crescere.