Editoriale

RIMPIANTO

MASSIMO LODI - 13/02/2026

Si dibatte sul federalismo pragmatico. Formula lanciata da Draghi in Europa, cioè: creiamo una rete tra le diverse nazioni senza che alcuna si snaturi e invece con surplus d’armonia fra tutte. Armonia cosa significa? Trovar l’intesa su materie cruciali, tipo: economia difesa trasporti ambiente, e accompagnarla con adeguate risorse. Diventerebbe, l’Europa, un gigante effettivo, da potenziale qual è.

Sembra una gran novità, ma è il ritorno al passato. Proprio noi, con italiani illustri primo dei quali Spinelli, abbiamo pigiato sul tasto d’una simile unione. Efficace, pratica, operativa. Ora si riprende il concetto, nuovizzandolo. Benissimo. Resteranno solo chiacchiere? Malissimo. Di federalismo pragmatico c’è bisogno, e il rimpianto per non averlo istituito gronda lacrime di coccodrillo. Purtroppo è la conseguenza d’una penuria over-decennale di statisti e un’idem-abbondanza di populisti, ciascuno nella sua epoca, con le sue furbizie, i suoi tornaconti.

A proposito di rimpianti. Qui, in Italia, il maggiore circola tra gli elettori (o ex elettori) leghisti. E in chiave nazionale prima che internazionale. Il federalismo gli fu promesso all’epoca di Bossi, poi -nonostante il continuo repêchage dell’intento- è venuto l’amaro ciao ciao. Peccato. Bossi, al federalismo, ci credeva davvero. Come Leoni, Speroni, Maroni eccetera. Pionieri che lavorarono alla miniera pian piano finita nell’abbandono. Poteva riservarci oro sociale, nel senso d’un forte beneficio collettivo. Macché. Filone abbandonato tra imbarazzi, silenzi, rimandi al futuro. Infine resuscitato sotto le sembianze d’una autonomia differenziata di ben diverso conio rispetto al principio originario, e comunque arenatasi nel riformismo un tanto a slogan. Tipico del governo Meloni, cui è più caro il premierato -pur se ormai, e forse per sempre, in garage- rispetto alla virtuosa distribuzione di potere territoriale.

Se ne dovrebbe rincrescere specialmente Salvini, che poteva influenzare su una tal questione l’esecutivo di cui fa parte e -prendendo spunto dalle esigenze dell’area settentrionale/produttiva/trainante del Paese- ottenere la modifica di sistema finalizzata a modernizzare il vecchiume statuale cui tributiamo obbligata servitù. La Lega che in ciò fosse risultata propulsiva, se ne sarebbe intestata il merito storico, prodromo del diritto politico a guidare l’export a Strasburgo e Bruxelles dell’apprezzabile visione d’un virtuoso insieme centro-periferico. Purtroppo è andata diversamente, anteponendo al federalismo pragmatico il personalismo scenografico: uno scambio di binario utile, al momento, solo al treno di Vannacci. Treno? Trenino. Però dagli sbuffi insidiosi.