Attualità

AMATISSIMO CORRIERE

FLAVIO VANETTI - 13/03/2026

Dei suoi primi 150 anni che il Corriere della Sera ha festeggiato il 5 e il 6 marzo scorsi, io ne ho vissuti 29 da giornalista assunto: dal 1989 al 2018. In realtà l’esperienza non è ancora conclusa perché, ancorché in pensione, continuo a collaborare e, come sostiene mia moglie, lavoro più di prima. In occasione di questo anniversario significativo è stato realizzato – pure io ho dato un contributo – un supplemento speciale nel quale personaggi famosi di vari settori hanno raccontato il “loro” Corriere. Ecco, qui proverò invece – nei limiti dello spazio e anche del buongusto per evitare sconvenienti autocelebrazioni – a ricordare qualcosa della mia esperienza corrieristica.

Il punto di partenza è che via Solferino era di sicuro nel mio destino, salvo essere stata una meta sofferta da raggiungere. Prima del Corriere ho trascorso sette anni (1982-1989) alla Gazzetta dello Sport, ultimo assunto dal grande Gino Palumbo nel ruolo di direttore responsabile (pochi mesi dopo avrebbe ceduto il testimone a Candido Cannavò, passando peraltro a un ruolo superiore, quello di direttore editoriale). Ebbene, io sarei dovuto entrare in “Gazza” nel 1981, ma chiusero L’Occhio e il Corriere d’Informazione – eventi seguiti dallo scandalo della P2 – e prima di assumere dall’esterno fu necessario assorbire i colleghi rimasti a spasso. Nei primi mesi del 1989, invece, avevo definito il passaggio al Corriere, ma il trasferimento fu ritardato da un conflitto tra la redazione sportiva e la direzione. Quando poi le acque su quel fronte si calmarono, sulla mia strada si “sdraiò” Cannavò: non voleva lasciarmi andare. Ci vollero mesi per convincerlo e a settembre si rassegnò. Ma quello che per lui era stato un tradimento me l’avrebbe puntualmente rinfacciato: fine pena, mai. Amen.

Io ho non ho mai levato dal cuore quella Gazzetta, a mio avviso senza pari, ma avevo voglia di misurarmi con la narrazione dello sport in un quotidiano politico, dopo aver scritto per uno totalmente specializzato. Sapevo anche che si sarebbero aperti scenari di lavoro anche in altri settori – un po’ come era capitato nei quattro anni di collaborazione a La Prealpina, agli albori della mia carriera – sapevo che si sarebbe alzata l’asticella perché fin dal primo giorno il Corrierone mi ha fatto capire quanto fosse serioso e austero. Primo articolo firmato: il matrimonio, a Milano, tra Loredana Berté e Bjorn Borg. Ero stato assunto da Ugo Stille, con Giulio Anselmi condirettore, ma quell’incarico me lo affidò uno dei vice: Tino Neirotti. Mi raccomandò la massima cura e un po’ mi sentivo offeso perché mi pareva di essere trattato come un pivello, mentre avevo già alle spalle la mia brava esperienza, sia da redattore interno sia da inviato in giro per il mondo (fui il primo, per dire, a portare la Gazzetta alle finali Nba). All’epoca non c’erano ancora Internet, social e altre “amenità”, si lavorava o sul campo (cosa sempre preferibile e impagabile) o gestendo il flusso delle agenzie che arrivavano dalle telescriventi. Di quel periodo romantico del lavoro giornalistico, che culminava nella fase in cui alla sera, guidando un tipografo, conducevi l’impaginazione, ho immagini sempre vive e un po’ nostalgiche.

Mi ricordo poi benissimo il “palazzaccio” prima della ristrutturazione di Gregotti, con le rotative che entravano in funzione a mezzanotte e le auto che arrivavano alle ribalte per caricare i giornali. E rammento ovviamente il clima da “seconda casa” del Corriere – una sensazione che provo ancora oggi quando, non raramente, capito in via Solferino –, oltre alla memoria dei tanti colleghi conosciuti e frequentati. Dopo Stille-Anselmi ho avuto come direttori Paolo Mieli e Ferruccio de Bortoli (due volte entrambi), Stefano Folli e Luciano Fontana. Ho incontrato le firme nobili – e mi scappa da ridere se rammento che l’immenso Ettore Mo spesso si addormentava sdraiato sulla scrivania perché, si sa, amava alzare il gomito: essendo piccolo, un fattorino lo caricava sulle spalle e lo portava via –, sono incappato in gaffe atroci – come quella volta che scambiai Maurizio Mucchetti, vicedirettore neo-assunto e mai presentato alla redazione, per un fattorino e gli chiesi se potesse farmi delle fotocopie dei menabò delle pagine – ho combinato pure qui degli scherzi dopo aver rischiato in Gazzetta il licenziamento per il telex falso su Cino Ricci divorato da uno squalo.

Per dire: assieme a un grafico, vero drago di Internet, modificammo il sito del cantante Peter Gabriel per beffare due colleghi che avevano vinto biglietti per un concerto a casa sua: lo scherzo fu far credere… che fosse tutto uno scherzo. E poi una volta scovai l’avviso di una segretaria di redazione che alla macchinetta del caffè annunciava la vendita di un frigorifero. Le chiesi se fosse sufficientemente grande perché avevo accoppato un uomo e l’avevo tagliato a pezzi: lei mi diede le misure e venne a cercarmi per concludere l’affare. Termino dicendo che grazie al Corriere ho girato il mondo (Mondiale di F1 per 20 anni, campionati di ogni razza e tipo di basket, sci, volley, scherma, rugby, perfino di quel calcio che ho seguito raramente), raccontando in presenza 16 edizioni dei Giochi olimpici (estivi e invernali) con la diciassettesima (Pechino 2022) coperta da casa a causa della pandemia. Mi sono ritrovato a fare pipì a fianco di Henry Kissinger (nel 2005 a Singapore, dove Londra vinse i Giochi 2012), ho intervistato un’infinità di campioni. I servizi che ho più nel cuore? Scelta impossibile. Ma non dimenticherò di essere stato a casa di Jonah Lomu un mese prima che al grande giocatore degli All Blacks di rugby venisse trapiantato un rene (viaggio andata e ritorno Milano-Auckland in 5 giorni, realizzando pure un servizio su Grant Dalton, skipper dei “kiwi” della Coppa America) e soprattutto di essere stato forse l’ultimo a intervistare Leni Riefenstahl, la regista di Olympia e dei Giochi di Berlino 1936. Aveva già 101 anni, salì da sola con buon passo le scale del Palazzo Giureconsulti a Milano. Mi disse che, a differenza di quello che si pensava, Adolf Hitler non fu il suo mentore, ma la sua rovina. Avvertii di essere entrato in contatto con una persona uscita dalla storia: quell’incontro ancora oggi mi procura brividi.