Politica

LA TEMUTA CARTA D’EUROPA

GIUSEPPE ADAMOLI - 13/03/2026

Mark Carney, PM del Canada, a Davos

Scoppia l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, Ursula von der Leyen scrive sui social un tiepido messaggio convenzionale, i capi di governo europei si muovono separatamente e la nostra leader prolunga il suo silenzio oltre ogni ragionevole limite di tempo. È la fotografia dello stato di fatto dell’UE su cui vorrei esprimere qualche pensiero al di là della gravissima crisi mediorientale.

Ho in mente le parole dure come pietre di Mark Carney, Primo Ministro del Canada, al Forum di Davos sulla rottura dell’ordine mondiale basato sulle regole: “Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”. Celebre e ormai abusata la sua frase che suona come una sentenza: “Le medie potenze devono agire insieme perché se non sei seduto al tavolo, sei sul menu”.

Carney non si limita alla denuncia, indica una strategia. Va perseguita “la geometria variabile, coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi”. Sta parlando all’Europa? Non solo a noi certamente, però anche a noi. Ma come potrebbe essere attuata dall’UE questa strategia tenendo conto del diritto di veto sulle decisioni più importanti sancita dai Trattati europei? Badiamo bene: il pericolo non è rappresentato solo da Orban sul quale scarichiamo delle colpe che sono più vaste e profonde. Il presidente ungherese potrebbe fra un mese essere sconfitto alle elezioni, ed è ciò che mi auguro, ma il problema non cesserà di esistere.

Da molto tempo queste questioni tormentano i convinti europeisti. Senza una risposta concreta, non solo di parole, il rischio è che lo strisciante sovranismo nazionale avrà la meglio in Europa e si farà vicina la deriva della subordinazione alle grandi potenze. In sostanza ci troveremo sul menu. Eppure siamo anche noi una grande potenza grazie al commercio, al mercato unico, alle regole sulla concorrenza e alla moneta unica: vale a dire grazie a tutto ciò su cui siamo federati e quindi agiamo come un soggetto unico.

Mario Draghi dà un senso compiuto al discorso del leader canadese per l’Europa dicendo che dobbiamo diventare un “soggetto unico” anche per la difesa, la politica industriale, gli affari esteri”. Il cuore del discorso di Draghi è questo: l’unità non può essere affidata solo ai Trattati, l’unità si può e si deve forgiare prendendo insieme – anche solo con chi ci sta – le scelte più decisive”, in questo caso sarà poi meno difficile arrivare alla modifica dei Trattati.

È la strategia che Draghi chiama felicemente “Federalismo pragmatico” che lui stesso ha sperimentato con l’euro: “Coloro che erano disposti ad aderire sono andati avanti, hanno creato istituzioni comuni e hanno forgiato una solidarietà più profonda di quanto qualsiasi Trattato avrebbe potuto prescrivere”.

Le parole di Mac Carney e Draghi sono una sorta di invocazione all’iniziativa coraggiosa degli stati “volenterosi”, di chi è disposto a promuovere nuovi obiettivi di pace e progresso nel mondo che scalpita e che cambia ogni giorno.

Tutto ciò mi convince ma mi lascia dell’amaro in bocca, l’Italia farebbe parte, oggi, dei volenterosi? Quanti dubbi! Ecco un campo di battaglia sul quale si può modernizzare e innovare le pratica politica del nostro Paese evitando la deriva dell’irrilevanza.