
Amara ironia della sorte. Meno di due mesi fa si discuteva a Varese di come Dubai, perla del lusso e degli affari, potesse diventare a breve il primo “vertiporto” mondiale per le nuove generazioni di taxi dell’aria, per gli addetti ai lavori i cosiddetti eVTOL tanto amati, almeno sulla carta, anche dalle nostre parti (spazio previsto in città accanto alla stazione ferroviaria, a Malpensa, a Lugano). Non è andata così: in queste settimane l’aeroporto emiratino, attaccato anche dai droni, è stato l’improbabile scalo da cui decine di migliaia di italiani e non solo, in fuga cercano un volo qualunque. Intanto, l’aria di guerra in Medio Oriente sta visibilmente scaldando le bollette energetiche, che ovviamente non sono solo il prezzo dei carburanti. Ma quanto lo sentiamo in provincia di Varese? Quanto siamo esposti al nodo del gas una bolletta che le aziende italiane pagano notoriamente più della media europea? E, mentre gli idrocarburi già hanno raddoppiato il presso al momento in cui stiamo scrivendo, potrebbe essere un problema non solo di prezzo, ma anche di restrizioni e, ammette Mauro Vitiello, presidente della Camera di Commercio, “il timore è che siamo solo all’inizio”.
Emanuele Orsini, dal 2024 presidente di Confindustria aveva scelto due anni fa i lidi della Schiranna, all’MV Agusta (poco prima della crisi del gruppo di cui questa faceva parte) per intervenire a una delle primissime assemblee del suo mandato. Da quel palco aveva lanciato l’idea-provocazione dei mini-reattori nucleari modulari, magari da installare in fabbriche dismesse.
Proposta non esattamente realistica, proprio quando nella stessa occasione i l’allora presidente degli industriali varesini Roberto Grassi i suggeriva di “cogliere l’occasione di reattori di quarta generazione”, che però non saranno disponibili prima del prossimo decennio. il messaggio era comunque lanciato: sull’energia ci giochiamo parte della sopravvivenza delle imprese. Nell’assemblea confindustriale a Malpensa-Volandia la scorsa primavera, Orsini tornava alla carica chiedendo il “disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’elettricità”. Anche se ormai il gas copre meno della metà delle fonti elettriche in Italia, sempre più che negli altri paesi europei, esso continua ad essere la fonte di riferimento per stabilire il prezzo dell’elettricità. Questo è basato infatti sui costi di produzione della centrale marginale, cioè della meno efficiente) e le ultime misure governative hanno “ammorbidito”, ma non mutato, il quadro.
Qual’è la situazione esatta? Diciamolo subito: siamo più fragili di altri. Varese non è la provincia più energivora (Brescia e Bergamo ci battono) tuttavia stime camerali recenti dicono che se il costo dell’energia rappresenta il 7,3% per le aziende lombarde, per Varese si sale all’ l’,8,1% e addirittura oltre il 12% se ci si limita alle sole aziende artigianali e PMI. E potrebbe essere una stima prudente. Tradotto in soldoni, secondo stime, solo per l’energia elettrica la spesa si avvicina al miliardo di euro. Per quella termica o “di processo”, che soprattutto in settori come tessile, metallurgia, plastica, cioè i nostri punti di forza, è rilevante, siamo attorno al mezzo miliardo.
A complicare le cose un paio di altri fatti. Il primo è che la provincia di Varese è più dipendente dalla produzione industriale, insomma, il manifatturiero, delle altre province lombarde. Siamo quasi al 25%, quattro punti più della media regionale. Ancora la Camera di Commercio informa in questi giorni che in provincia ci sono ben 47,2 aziende per Kmq, contro una media regionale di 33,9 e nazionale di 16,7. Per quanto riguarda le sole aziende manifatturiere, dice Vitiello, abbiano 5,7 imprese per Km quadrato, quattro volte più della media di 1,4 nazionale. Per non parlare dell’artigianato, che rappresenta il 33% delle imprese attive, contro il 28% regionale e il 24% nazionale.
Buone notizie? Non tanto, e siamo al secondo punto, perché come conseguenza ci sono anche imprese più piccole del resto della regione. Lo si vede nel valore aggiunto, cioè la ricchezza prodotta, pro-capite, che è solo di 33,9 mila euro annui, contro i 45 mila regionali, e sostanzialmente è pari alla media nazionale. In realtà è un valore “depresso” dal fatto che una parte non trascurabile dei lavoratori, ovvero i frontalieri, per le statistiche non produce nulla, tanto che i comuni di frontiera secondo l’Istat sarebbero tra i più poveri d’Italia, pe una evidente deformazione ottica.
Resta il fatto che aziende più piccole sono poco innovative (siamo solo la 34esima provincia italiana per numero di start-up), poco efficienti anche dal punto di vista energetico. Occorre un salto di qualità, e forse iniziative come “Invest in Varese”, rilanciata in queste ore dalla Camera di Commercio, posson contribuire allo scopo. A condizione che non prevalga l’idea che Varese, che non è Rimini e nemmeno Bolzano, possa trovare risposta alle sue fragilità di ex-provincia ricca puntando solo tu turismo, sport e tempo libero. Utili ma non sufficienti
Gli ultimi dati però confermano che molte delle trasformazioni in corso sono… al ribasso: esternalizzazioni che sono ricerca del minor costo, terziarizzazione con servizi poveri. Per dirla con una frase ad effetto: tanti corrieri e tante imprese di pulizia (non è un caso che crescono imprese al femminile e di soggetti stranieri), ma scarsa digitalizzazione (vedi grafico). Sul piano dell’energia, molto si è detto ma i risultati sono ancor scarsi, per esempio con l’autoproduzione, le Comunità Energetiche (Varese era stata tra la prime in Italia a muoversi in questa direzione, ma i risultati pratici devono ancora venire), un manifatturiero che guarda al futuro. I venti di guerra possono far volare meglio le industrie varesine della Difesa (leggasi Leonardo), ma sommandosi a effetto dazi e a dollaro debole, occorre che non affossino le altre.