Qualche anno fa all’inizio del suo incarico di assessore alla Polizia Locale, Raffaele Catalano precisò a un giornale cittadino che “esiste una grande differenza tra sicurezza, ordine pubblico e sicurezza urbana. Sicurezza e ordine pubblico sono materie di competenza dello Stato, perché solo lo Stato può legiferare e intervenire. A un’Amministrazione civica compete invece la sicurezza urbana che è scuola, servizi sociali, commercio, lotta al degrado, decoro urbano …” Una distinzione in punto di diritto, ma in realtà due facce della stessa medaglia. In merito al decoro le ricorrenti denunce dei cittadini attraverso i media ribadiscono che Varese è afflitta da anni, in alcune sue zone centrali e semicentrali, da un degrado trasversale nei confronti del quale si perpetua una sorta di sottovalutazione e un’imbarazzante indolenza amministrativa.
Non si spiega altrimenti il permanere di situazioni di criticità come quelle che affliggono il fallimentare intervento edilizio – anni Ottanta – tra via Adamoli e via Nuccia Casula, il caos tra via Como e via Morosini, per non parlare di piazza Repubblica. Si pensi anche agli indecenti portici salendo sulla sinistra da piazza San Giuseppe verso piazza Monte Grappa. A sera anche il piacevole dedalo di vicoli e viuzze che intersecano Corso Matteotti diventa spesso teatro di bivacchi chiassosi, di rifiuti abbandonati, di presenze poco rassicuranti. Ed è qui che è maturata l’ennesima circostanziata denuncia ai media da parte di alcuni commercianti che si sentono penalizzati e impotenti. Se si esce dal centro la trasversalità del degrado continua e include brani di quartieri più periferici come per esempio Belforte. Senza dimenticare i parchi cittadini di tanto in tanto oggetto di blitz vandalici. Queste sono realtà presenti ormai da decenni nell’orizzonte cittadino indipendentemente dal colore politico delle Giunte sedute sulle poltrone di Palazzo Estense.
A Varese sembra essersi via via consolidato, in tema di manutenzioni, una sorta di tran tran della trascuratezza. Per certi versi si è quasi giunti “all’invisibilità dell’evidenza” di Leonardo Sciascia, un’espressione che bene mostra, da parte di molti amministratori, l’incapacità o la non volontà di vedere la realtà per quella che è. Un esempio fra i tanti: alla vigilia della scorsa estate il Comune presentò un piano per rimettere a nuovo una ventina di chilometri di arterie cittadine. Annunciato su tre anni l’intervento, secondo le intenzioni, avrebbe dovuto avviare la stagione delle manutenzioni. Alcune importanti asfaltature sono, in effetti, state fatte ma nessuno, per ora, si pronuncia sul proseguimento dell’iniziativa. Non solo, in quella circostanza fu anche detto che tutte le manutenzioni stradali, compresa la segnaletica orizzontale decisiva per la sicurezza, sarebbero state affidate a un’unica azienda per rendere più semplici gestione, pianificazione e rapidità dei lavori. In verità non si sono notati cambiamenti significativi.
Le strisce continuano ad essere ridipinte a pelle di leopardo dopo lunghe scoloriture accelerate dalle intemperie. Tra l’altro su alcune arterie gli attraversamenti pedonali sono troppo scarsi e su altre invece troppo numerosi. Come accade nella centrale via Staurenghi dove se ne contano ben tre nell’arco di un centinaio di metri. Al termine di questo sommario elenco di magagne permanenti nel capitolo manutenzioni ordinarie, non possiamo non segnalare il solito, trionfale ritorno stagionale delle erbacce che infestano cigli stradali, marciapiedi ammalorati, rotonde abbandonate dagli sponsor, piccoli incolti urbani trasformati in micro discariche. Come dire che la “città giardino” è ormai soltanto un’idea.