A quasi ottant’anni dall’entrata in vigore della Carta costituzionale l’applicazione del suo art.30, finora inattuato, sembra – dicevamo — ormai essere matura (cfr. Perché i tempi sono maturi per l’attuazione dell’art. 30 della Costituzione e quindi per la libertà della scuola). Ritorno qui sull’argomento per sottolineare i motivi per cui adesso è divenuta politicamente possibile
La chiave di volta della riforma non può che essere l’introduzione del buono scuola che ogni famiglia può spendere in qualsiasi scuola pubblica, statale o non statale che sia.
Nel concreto della situazione italiana, in cui la scuola statale è e resterà ancora a lungo predominante, ciò significa – dicevano nell’articolo più sopra citato — “dare agli insegnanti la facoltà di aggregarsi stabilmente in sezioni, fondate sulla scelta reciproca, che perciò costituiscano quelle che finora nella scuola statale non si trovano ossia delle comunità educanti e non degli aggregati casuali di docenti”. E correlativamente dare alle famiglie la libertà di scegliere in quali sezioni di quali scuole iscrivere i propri figli.
Ciò implica la sfida del grosso blocco sociale gestito dai sindacati storici dei dipendenti delle scuole statali, chiusi a difesa della scuola così come è, ossia priva del minimo controllo di qualità. Una sfida a lungo giudicata inimmaginabile, e che oggi invece la pressione del bisogno di qualità, di efficacia e di flessibilità dell’insegnamento, che viene dalla società e dall’economia, rende non solo possibile ma anche urgente.
In passato, finché sia la società che l’economia non erano così frammentate come sono oggi, il monopolio statale della scuola pubblica semi-gratuita ha potuto funzionare perché erano la stessa società e la stessa cultura comune che di fatto garantivano nella scuola un’offerta educativa adeguata, organica e coerente con le attese delle famiglie e degli allievi. Al Ministero in pratica facevano capo soltanto compiti organizzativi e amministrativi, il reclutamento degli insegnanti e l’organizzazione degli esami.
Oggi la situazione è radicalmente mutata. Il controllo sociale è svanito, e nulla è venuto e nulla può venire a prenderne il posto. Stando così le cose, la scuola statale può avere ancora un senso soltanto nel quadro del riconoscimento all’utente della sua sovranità, e dunque nel quadro della fine della sua gestione monopolistica.
Ciò cui si punta, mediante il buono scuola, è appunto alla restituzione all’utente della sua sovranità. Non è, e nessuno può onestamente dire che sia, una scelta contro la scuola statale e per la scuola non statale.
Sommandosi di fatto alla domanda di coloro che pongono innanzitutto il problema del che cosa e del come dell’istruzione, la pressione del bisogno sempre crescente di qualità ed efficacia tout court dell’insegnamento può oggi avere la meglio sulla resistenza dello status quo di cui si diceva.
È una domanda potente che tuttavia non trova finora rappresentanza politica. Benché oggi, per la prima volta dalla nascita della Repubblica, sia al potere una coalizione di partiti che hanno tutti nel loro programma la libertà d’educazione, di essa non c’è traccia nel programma di governo, e lo stesso ministro della Pubblica Istruzione ne parla in convegni di aficionados, ma non in Parlamento, né in assemblee realmente pubbliche.
Evidentemente il governo non affronta il problema perché teme lo scontro con i sindacati della scuola. A mio avviso i tempi sono invece maturi per cercare nella società e nell’economia i grandi alleati che occorrono per affrontare con buone probabilità di successo la battaglia per la libertà d’educazione e quindi tra l’altro contro la gestione monopolistica della scuola statale.