“Le poesie di Carlo Porta sono uno dei grandi libri dell’educazione sentimentale di ogni lombardo”.
Così scriveva Dante Isella, attento studioso dei manoscritti del sur Carlo milanes. Potremmo dire non solo dell’educazione sentimentale ma civica. E non solo per i lombardi, sebbene le poesie in dialetto, ma non dialettali, di Porta ci raccontino la Milano dell’inizio del 1800. A duecento cinquant’anni dalla sua nascita, avvenuta il 15 giugno del 1775, la sua sferzante ora piccante ora malinconica scrittura, sempre in un sapiente e godibile equilibrio tra comicità e ironia, merita la nostra riconoscente lettura.
Dobbiamo essergli davvero grati per la sua analisi, quasi scavo della realtà, per il suo sguardo verso gli emarginati, come lo ebbe più di un secolo dopo Enzo Jannacci. Certo i suoi versi vernacolari non sono usufruibili da tutti ma la sua satira sociale rimane una potentissima denuncia delle ipocrisie e delle ingiustizie. Lo fece da uomo colto e informato, da borghese illuminato. Di grande maestria metrica utilizzò sestine, sonetti, epigrammi senza mai rinunciare ad essere un poeta-narrante.
Nell’edizione Garzanti delle sue poesie, pubblicate nel 1975 con testo a fronte, viene ben riassunto il mondo rappresentato da Porta: “La miseria della povera gente e l’albagia dei ricchi, l’ipocrisia e la pochezza umana morale dei bacchettoni e l’impreparazione delle basse sfere del clero, la tracotanza di chi comanda e il vittimismo di chi è sottomesso, le circoscrizioni obbligatorie per campagne militari di altri in terre lontane, il costo della vita, la disonestà nell’amministrazione pubblica, il disordine permanente con l’avvicendarsi delle dominazioni straniere”.
Tutto senza arroganza di giudizio, anche se in alcune occasione dovette difendersi da attacchi e critiche, come si legge in un sonetto scritto nel giugno del 1815: “Carlo Porta poetta Ambrosian/ no vorend vess creduu per un baloss prima… perché el gh’ha minga el coo balzan”. “Carlo Porta, poeta ambrosiano, non volendo essere creduto un mascalzone… prima perché non ha il capo balzano…”
E non l’aveva davvero: era informato e competente, orgoglioso della sua onestà e lealtà di funzionario pubblico.
Lui che aveva frequentato la scuola dei Barnabiti e il seminario criticò – a ragion veduta – certe ipocrisie clericali. Anticlericale per questo? In parte è vero ma fu accettato, quasi apprezzato, anche da alcuni uomini di Chiesa per questo suo divertissement.
Spesso gli spunti anticlericali rappresentano l’occasione di “allargare la satira a un più ampio quadro sociale, nel cui ambito certa nobiltà ottusa e retriva fa della religione, meschinamente intesa, il sostegno della conservazione e della difesa dei propri interessi e privilegi”, come si legge sempre nel commento del 1975.
Non risparmia niente e nessuno: dai giansenisti ai massoni, a certi frati, quasi contraltari del Fra Cristoforo manzoniano. Non si può dimenticare il ritratto di fraa Diodatt, con el pes del fabrian e de cinqu brazza in roeuda de tripott, Frate Adeotato …il peso del sui sedere e di cinque fraccia in tondo di trippone… Condanna in molti suoi versi quij prepotentoni de Frances… paracar che scappee de Lombardia e i maledetti politicanti seccaballee. Non ebbe paura dei potenti. Alla stupida boria di un marchese, ignorantello e altezzoso, contrappone – per esempio – una personalissima coscienza di classe. Sissignor, sur Marches, lu l’è marches, marchesazz, marcheson, marchesonon e mì son el sur Carlo Milanes, e bot lì? senza nanch on strasc d’on Don.
Scelse coscientemente il dialetto, parlato da tutti. Manzoni, pur ammirandolo, gli rimproverò l’uso di questa “lingua non colta”. Ma per Carlo era il modo di far sentire viva la realtà che osservava e di dare voce non solo agli umili ma agli umiliati e offesi dalla superbia del potere.
Per il suo compleanno vale davvero la pena brindare al suo talento, prendendo a prestito i versi da lui scritti nel Brindes de Meneghin all’ostaria. Quel ditirambo ironico per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa è per noi un serissimo omaggio a lui, Scià del vin per Meneghin Chè ‘l moment de fass onor… Onore anche oggi a Carlo, ammirato da molti: da Foscolo a Montale, da Marinetti a D’Annunzio. E da noi per la sua attualissima satira sociale da leggere.E perché no, da fare nostra.