La repressione violenta della criminalità nelle favelas di Rio: un’azione politica? Come contrastare la criminalità organizzata e, più in generale, come garantire la sicurezza pubblica limitando la repressione truculenta e evitando modelli autoritari è questione che anche l’Italia si trova ad affrontare. Mi sembra quindi di un certo interesse raccogliere qualche riflessione su quanto accaduto a Rio de Janeiro lo scorso mese.
Il 28 ottobre 2025 a partire dalle 5,30 del mattino le polizie civile e militare dello Stato di Rio de Janeiro hanno compiuto un’operazione nelle favelas Alemão e Penha che ha lasciato 121 morti, 4 dei quali poliziotti, e centinaia di feriti. Partecipavano 2500 agenti, droni, due elicotteri, 32 blindati, 12 veicoli di demolizione. L’azione metteva in esecuzione la denuncia e richiesta di arresto emanate dal Ministro Pubblico circa un anno fa nei confronti di un centinaio di componenti del Comando Vermelho/CV, il principale gruppo di criminalità organizzata di Rio.
In Brasile negli ultimi lustri il crimine organizzato si è molto rafforzato allargando il proprio controllo a scala nazionale e tessendo collegamenti internazionali. A Rio queste strutture criminali controllano porzioni considerevoli del territorio degli insediamenti informali taglieggiando la popolazione con infinite tangenti e autorizzando gli accessi alla zona. Ci si chiede perché il governatore di Rio Claudio Castro ha scelto di ordinare un’azione di sangue e spettacolare di tale portata e in questo momento?
Per contestualizzare quanto accaduto all’interno del quadro politico del momento. Le elezioni politiche del 2022 hanno di nuovo portato alla presidenza del paese Luiz Inácio Lula da Silva, che ha ripreso gli aggiustamenti sociali per aprire uno spiraglio alla inclusione sociale. In particolare, lo strumento strutturale scelto a questo fine è stato la riforma fiscale per includere nel prelievo fiscale rendita finanziaria e fondiaria e grandi fortune e per contenere le infinite esenzioni che privilegiano coloro che hanno beni. Nel frattempo, il Parlamento, e in particolare la Camera dei deputati con una solida maggioranza reazionaria, impediva al governo di governare bloccando ogni proposta e votando invece provvedimenti antisociali, antiambientali e lontani dalle esigenze dei più.
Ma ad un certo punto qualche cosa è cambiato. Verso agosto-settembre 2025 i sondaggi di opinione hanno cominciato a mostrare un forte aumento di consenso nei confronti del governo Lula tanto da minacciare una possibile rielezione dello stesso nel 2026. Si sta rinverdendo una antica cultura antimperialista, alimentata anche dal ripudio diffuso alla devastazione coloniale ed etnica contro Gaza. Nella fase attuale i cambiamenti di orientamento politico sono rapidi anche perché, nonostante le montagne di notizie false e le manipolazioni della stampa di mercato, nei labirinti delle reti passano informazioni esplicative che sotterraneamente contaminano. Va aggiunto che l’esecutivo federale ha alzato i salari e abbassato i costi delle bollette, mentre i dati economici sono buoni: la disoccupazione è al 5,6%, e l’inflazione sotto controllo. In questo momento la destra è in difficoltà e molto spaventata di non riuscire, forse, a riprendere il controllo diretto del potere.
In questo contesto l’operazione di Rio, lo sterminio in nome della sicurezza pubblica, può essere considerato da politici di destra lo strumento elettorale in grado di produrre consenso. Non è un segreto per nessuno che molti cittadini e cittadine di tutti i paesi ritengano che la sicurezza pubblica si raggiunga con la repressione eliminando i poveri che rubano, gli immigrati che sono diversi da noi, consentendo che le mafie impongano il loro ordine, mentre la polizia guarda dall’altra parte.
A conferma di questa strategia elettorale, il governatore Castro ha immediatamente promosso una conferenza stampa con altri sei governatori per “festeggiare” l’operazione e prevedere collaborazioni con scambio di uomini e mezzi, misure fuori dalle regole in vigore. Si è molto insistito sulla opportunità di equiparare narcotraffico a terrorismo e i componenti delle fazioni a terroristi, imitando l’indirizzo statunitense ed esponendo il paese a interferenze degli Usa. Insomma, la strage del 28 ottobre ha ferito la città, non ha raggiunto l’obiettivo di arrestare i capi, ma ha offerto uno strumento di propaganda politica truculenta e semplicista che incita alla violenza e all’odio senza risolvere i problemi.