Due anniversari americani, tra letteratura e musica. Trent’anni fa usciva “The gost of Tom Joad” di Bruce Springsteen, secondo album acustico del Boss dopo “Nebraska”. 85 anni fa usciva in Italia il romanzo al quale Springsteen si è ispirato: “Furore” di John Steinbeck. E nello stesso anno, il 1940, usciva il film tratto dal libro, un capolavoro firmato John Ford e interpretato magistralmente da Henry Fonda. “Furore” è la storia di un esodo, quello di migliaia di famiglie che vogliono sfuggire al cappio della Grande Depressione in un Midwest in ginocchio per la siccità, terre inaridite come le speranze di chi le abita. L’incipit è folgorante:” Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati.… Il sole prese a picchiare giorno dopo giorno sul mais in erba, fino a screziare di bruno gli orli di ogni baionetta verde… Il suolo si ricoprì di una crosta dura e sottile, e man mano che il cielo impallidiva, anche il suolo impallidiva, facendosi rosa nelle terre rosse e bianco nelle terre grigie”. Un quadro che spiega l’effetto della Dust Bowl, una serie di tempeste di polvere che colpirono le Grandi Pianure americane negli Anni ’30 distruggendo ogni tipo di coltura. Un quadro che partorisce due semplici, terribili parole: povertà e fame. Come sottrarsi a questo abbraccio mortale? Scappando, verso ovest, la California, la terra promessa (The promised land, ancora una canzone di Springsteen). C’è molto di attuale nelle pagine di Steinbeck, allora come oggi in molti migrano verso un posto migliore, o semplicemente un posto dove ci sia un barlume di vita e non la certezza del nulla. (The land of hope and dreams” è ancora il Boss a cantare). Ma la realtà – in Furore – è infame: arrivati in California finiranno preda di datori di lavoro cinici e senza scrupoli, con paghe da fame, se non schiavi poco ci manca. Ancora un passaggio del romanzo: “La vita randagia li cambiò; le grandi arterie, i bivacchi lungo la strada, la paura della fame e la fame stessa li cambiarono. I figli affamati li cambiarono, l’interminabile vagare li cambiò… E le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere”.
Springsteen scrive “The gost of Tom Joad” pensando al fantasma del protagonista di “Furore”, che si aggira nell’America di oggi, nella New York di oggi, abbandonata da mezzo milione di persone negli ultimi quattro anni, perché il prezzo della vita è vertiginosamente aumentato, il costo delle case proibitivo, meglio la provincia per governare le spese senza affogare nel quotidiano sulla soglia della povertà. “Addio città incantata” intitolava un suo saggio la scrittrice Joan Didion. E spiegava: “New York è una città adatta solo ai molto ricchi e ai molto poveri”. Era il 1967. I molto poveri sono tanti anche oggi. Anzi, di più. I senza tetto in America sfiorano quota 800.000. E preferiscono rimanere nelle grandi città, dove la carità può essere numericamente meglio rappresentata. La California, torna oggi come in “Furore”, ha la popolazione dei senzatetto più folta del Paese. Seguita da New York. Nel suo discorso dopo la vittoria alle elezioni, Zohran Mamdani, nuovo sindaco della Grande Mela, ha detto: “Abbiamo scelto insieme la speranza. La speranza contro la tirannia. La speranza contro il denaro e le idee meschine. La speranza contro la disperazione”. Parole che potevano uscire dalle pagine di “Furore”. La grandezza di Steinbeck sta anche in questo.