La questione dell’ex Caserma Garibaldi continua a rappresentare uno dei nodi irrisolti della città di Varese. Un cantiere interminabile, un edificio centrale e imponente, ma ancora chiuso e privo di una funzione concreta. Negli ultimi mesi il dibattito si è riacceso grazie alle parole della rettrice dell’Università dell’Insubria, Maria Pierro, che ha espresso la volontà di riportare parte della didattica e delle attività universitarie nel cuore della città, indicando proprio la caserma Garibaldi come possibile sede.
Una visione lucida e lungimirante, che Amici della Terra Varese condivide pienamente. L’idea della rettrice si inserisce infatti nella stessa prospettiva che, anni fa, aveva ispirato il professor Garofoli e il Centro Studi PIM, promotori del Piano Strategico dell’area varesina. Quella iniziativa aveva saputo costruire una rete di collaborazione tra Università, Comune di Varese, enti del Terzo Settore e mondo produttivo locale, con l’obiettivo di individuare le principali problematiche territoriali e di progettare strategie condivise per affrontarle.
A quel Piano Strategico partecipavano ben 60 Comuni, che ogni anno versavano una quota proporzionale al numero dei loro abitanti. Insieme a loro prendevano parte numerosi enti e associazioni della società civile, tra cui Amici della Terra e Italia Nostra. Era un modello di partecipazione reale, dove istituzioni, cittadini e imprese dialogavano per immaginare una Varese più forte, sostenibile e coesa.
Non va dimenticato, inoltre, che “Varese Europea” nacque proprio come associazione bipartisan, sostenuta sia dalla maggioranza sia dalla minoranza del Consiglio comunale. L’obiettivo era chiaro: favorire una visione di sviluppo condivisa, aperta alla cooperazione europea e alla valorizzazione culturale e ambientale del territorio. Le proposte di allora furono approvate dal Consiglio comunale e dovrebbero costituire oggi la base per una nuova stagione di collaborazione civica.
La filosofia di quel Piano Strategico era semplice ma profonda: coinvolgere la cittadinanza nelle scelte, aprire i dibattiti al pubblico, integrare università, enti e imprese in un percorso comune di crescita. Non un piano chiuso nei cassetti della politica, ma un processo partecipativo che aveva il coraggio di pensare in grande e di mettere la cultura e la conoscenza al centro dello sviluppo urbano.
Oggi Varese ha bisogno di ritrovare quello spirito. L’ex Caserma Garibaldi non può rimanere un monumento all’incompiuto: deve diventare il simbolo di una città viva, che guarda al futuro con la forza della conoscenza e della partecipazione.
Per questo, la proposta dell’Università dell’Insubria va accolta come un’occasione concreta per ricucire il legame tra centro cittadino, giovani e territorio.
Varese deve tornare a essere una città che non subisce le decisioni dall’alto, ma le costruisce dal basso, coinvolgendo la società civile, il mondo universitario, le associazioni e le imprese locali. È tempo di ripartire da ciò che era stato pensato e condiviso, per trasformare finalmente le idee in realtà.
Ndr
Nella conferenza stampa di mercoledì scorso il sindaco Galimberti, affiancato dagli assessori Civati e Laforgia, ha escluso ripensamenti. Il progetto di restauro e utilizzo dell’ex caserma, avviato anni fa e ormai prossimo alla conclusione, non subirà modifiche. “Sono sorpreso delle iniziative che vogliono portare il dibattito ai primi Anni Novanta – ha detto il sindaco – Se per ipotesi dovessimo aderire al ritorno di ripensare gli spazi della caserma per metterci gli uffici comunali o tornare ad altre destinazioni bisognerà effettuare attività di demolizione e quindi l’impiego di ulteriori milioni di euro che superano i 10 milioni di euro oltre allo sperpero di denaro per i lavori già eseguiti».