Una mostra dell’artista russo Peter Belyi di San Pietroburgo, The silences of the Apocalypse, presso la Galleria San Fedele di Milano, in collaborazione con Galleria Giampaolo Abbondio, è proposta all’attenzione dei visitatori fino al 30 maggio per rivelare uno spazio altro: non solo luogo di esposizione, ma soprattutto luogo di ascolto. Per tutti e senza confini.
Dove l’arte, tiene a sottolineare il direttore ed esperto d’arte Andrea Dall’Asta, “torna a interrogare il tempo nella sua dimensione più profonda, in un momento in cui la stessa si trova a sua volta a confrontarsi con un avvenire sul quale tutti ci sentiamo interpellati”. Se la Biennale evita il conflitto in quanto il Padiglione è stato riammesso, ma è inaccessibile al pubblico al suo interno, San Fedele “lo affronta, lo distilla, offrendo una risposta poetica e limpida al dramma di un mondo a rischio di disfacimento.”
Le opere rivelano un progetto espositivo che “tende non a rappresentare la fine, ma la lasciano in sospeso, attraverso frammenti materiali, raccolti, tracce di una ‘memoria dispersa’. Costituiscono e immaginano un paesaggio postapocalittico in cui la narrazione si dissolve, lasciando spazio a un’ esperienza percettiva e quasi liturgica. Il visitatore si trova a vivere a sua volta ‘una condizione, un silenzio stratificato’ che attraversa la materia e si deposita nello sguardo.
Negare visibilità agli artisti russi, spiega Dall’Asta, come è avvenuto alla Biennale, solo per la loro origine “è una semplificazione pericolosa. Spesso sono proprio loro a criticare e denunciare. L’arte per sua natura è uno spazio di dialogo, critica e libertà: ridurla a uno strumento di appartenenza nazionale significa impoverirla e tradirne il senso più profondo. Crediamo che l’arte possa migliorare il mondo e rendere le persone più ragionevoli e umane. Colpendo indiscriminatamente gli artisti si costruiscono muri culturali invece di ponti, alimentando ignoranza e divisione, anziché favorire il dialogo. In questo spazio raccolto, lontano dalle retoriche e dalle polarizzazioni del potere, l’arte torna essere ciò che raramente le è concesso : una soglia.” Un luogo, secondo i curatori della rassegna, in cui la Russia non è tema ma risonanza universale: l’apocalisse non è cronaca, ma linguaggio rivolto a tutti e la curatela infine, diventa “gesto critico capace di tenere insieme silenzio, storia e visione”.
A proposito di storia, chi scrive ricorda l’entusiasmo per la presentazione a Palazzo Reale della mostra – dedicata alla Madonna Litta di Leonardo nella sede del Museo Poldi Pezzoli- promossa da Fondazione Bracco in collaborazione con L’Ermitage nel novembre del 2019. Rassegna che si sarebbe protratta fino al 10 febbraio del 2020.
Erano altri tempi… E si toccava l’interesse e l’emozione, sia da parte della rappresentanza politica russa e dei curatori dell’Ermitage di San Pietroburgo, sia da parte italiana, che un tale capolavoro, venduto allo zar Alessandro II da Antonio Litta(1819-1866), imparentato con la casa imperiale, fosse in Italia, di nuovo per qualche tempo in quel di Milano.
Ricorda ancora la storia che proprio lo zar Alessandro II, da giovane erede al trono durante il Grand Tour per l’Europa, tra il ’36 e il ’38, era stato a Varese. Ospite dei Litta, si ritiene in quella che è l’attuale Villa Litta Panza. Partito il mattino presto da Como l’erede al trono e il suo seguito erano andati a rendere visita a “luoghi bellissimi”, come scriveva al padre- dove “in lontananza erano visibili tutti i monti della Svizzera”- e alla duchessa, nipote di Giulio Renato Litta Visconti Arese (1763-1839), fedele amico per anni degli zar. Sarebbe stato un altro membro della stessa famiglia Litta, per motivi di necessità, a vendergli in seguito la splendida Madonna di Leonardo. Che da allora è ospite illustre e amata dai visitatori del museo di San Pietroburgo.